Il Libano delle macerie e la tregua che non c’è: gli aiuti della Brigata Sassari tra gli sfollati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La strada verso il Sud del Libano, bloccata per settimane dagli scontri, è stata riaperta dalla tregua, ma questo accesso – concesso da un accordo mediato dagli Stati Uniti lo scorso 17 aprile – conduce i profughi soltanto verso uno scenario di distruzione totale. Chi torna nei villaggi al confine, quella che una volta veniva chiamata "casa", si imbatte oggi in cumuli di cemento armato e lamiere contorte, la prova tangibile di una guerra che, nonostante i proclami ufficiali, non accenna a fermarsi. Gli sfollati, costretti a lasciare le tende e i campi allestiti in fretta e furia, si ritrovano così a vagare tra le rovine mentre il confine, nella sostanza, agisce già come una sistematica linea di espulsione; lo dimostrano gli ordini di evacuazione immediata emessi dall’esercito israeliano per decine di località, tra cui Ghndouriyeh e Deir Qifa, motivati dalle presunte violazioni dell’intesa da parte di Hezbollah.

La cooperazione italiana e la logistica del soccorso

In questo vuoto lasciato dalla politica, dove il cessate il fuoco procede "zoppicante" – come l’ha definito l’ambasciatore italiano in Libano – e la guerra prosegue a bassa intensità mietendo vittime ogni giorno, la macchina degli aiuti internazionali tenta di tamponare l’emergenza umanitaria. A dare un contributo concreto nel settore ovest della missione Unifil ci pensano i ‘Dimonios’ della Brigata Sassari, i quali hanno distribuito beni di prima necessità alle migliaia di persone ospitate nelle strutture di accoglienza locali. L’operazione, coordinata dal team CIMIC (cooperazione civile-militare) in sinergia con le autorità sanitarie del posto, ha permesso di consegnare 600 kit per l’igiene personale, 2.000 cuscini e 500 confezioni di pasti pronti, beni che sono stati affidati alla Disaster Management Unit dell’Unione delle Municipalità di Tiro per assicurarne una gestione capillare.

L’enormità del numero degli sfollati

A integrazione di questo intervento sul campo, che ha già raggiunto circa 17mila profughi provenienti dalle zone limitrofe alla Blue Line, la Difesa ha incluso nella missione anche un fondamentale aspetto legato alla salute pubblica; lo testimoniano le 700 confezioni di medicinali donate dall’associazione ‘Frontiere di Pace’ e distribuite dai caschi blu italiani. I numeri, del resto, restituiscono la scala impressionante della tragedia: parlando da Beirut per conto della Federazione internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, Tommaso Della Longa ha ricordato che il numero degli sfollati interni ha raggiunto quota 1,2 milioni di persone, una cifra che rappresenta il 20 per cento della popolazione – in altre parole, un libanese su cinque ha perso la propria abitazione. Molti di loro, come racconta il portavoce, vivono in mezzo alla strada dopo aver perso ogni cosa, costretti a sopravvivere in condizioni igienico-sanitarie preoccupanti mentre i volontari della Croce Rossa libanese gestiscono le emergenze 24 ore su 24.

La ‘pace inaccurata’ e le conseguenze sui civili

La fragilità di questo lungo cessate il fuoco, che per l’ambasciatore italiano non è altro che una guerra a bassa intensità mascherata da diplomazia, emerge chiaramente dai raid che continuano a colpire obiettivi sensibili. Le infrastrutture civili – dalle reti elettriche ai sistemi di approvvigionamento idrico – sono state pesantemente danneggiate, rendendo ancora più drammatica la vita di chi è rimasto. In questo contesto, dove i bombardamenti dell’Idf, sebbene meno intensi rispetto alle scorse settimane, non si sono mai realmente fermati, l’azione dei militari italiani assume una valenza che va oltre il semplice assistenzialismo, configurandosi come un tentativo di stabilizzazione umanitaria in un’area che la cronaca nera internazionale riempie quotidianamente di nuove vittime. Che la pace sia solo un’illusione, del resto, lo dimostra il fatto che a essere presi di mira non siano solo i combattenti; lo stesso ambasciatore ha denunciato come i proiettili israeliani abbiano colpito anche giornalisti e operatori sanitari, una circostanza che trasforma ogni tentativo di ricostruzione in un atto di pura resistenza civile.

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