Iran, Khamenei: «Non resta altra via se non la jihad e la resistenza»; Netanyahu da Trump alla Casa Bianca
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Redazione Esteri
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La tensione in Medio Oriente non accenna a diminuire, anzi, e le ultime ore hanno portato con sé una serie di sviluppi che, intrecciandosi, delineano uno scenario di crescente complessità. Da una parte la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha pronunciato parole che lasciano poco spazio a interpretazioni ottimistiche, dall'altra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è volato a Washington per un faccia a faccia con il presidente Donald Trump, mentre sul terreno il silenzio delle armi tra Stati Uniti e Iran regge, ma la tensione in Cisgiordania è in preoccupante aumento.
La lettera di Khamenei: «Jihad e resistenza» come unica via
In una lettera resa pubblica tramite Telegram e indirizzata al segretario generale di Hezbollah, Mojtaba Khamenei ha espresso una posizione netta e senza ambiguità sulla strategia futura della Repubblica Islamica. «Non resta altra via se non la jihad e la resistenza», ha scritto la Guida Suprema, ribadendo che il sostegno a Hezbollah rappresenta una scelta strategica fondamentale per l'Iran.
Khamenei ha inoltre affermato che la perseveranza su questa strada porterà alla «vittoria divina», descrivendo la posizione del partito-milizia libanese come «un messaggio di ispirazione». Le condizioni per un'intesa, ha aggiunto, passano attraverso la preservazione dell'integrità territoriale del Libano e la garanzia di una fine «completa e incondizionata» degli attacchi israeliani. Una posizione, quella di Khamenei, che sembra gettare ulteriori ombre sulla possibilità di una de-escalation, almeno per quanto concerne il fronte libanese.
Trump e le minacce virtuali: la didascalia «Attacco su Kharg»
Sul fronte opposto, il presidente americano Donald Trump continua a utilizzare i social media come strumento di pressione e, a suo modo, di comunicazione militare. Nelle scorse ore, Trump ha condiviso sulla sua piattaforma Truth Social diverse immagini create con l'intelligenza artificiale che raffigurano attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane.
In una di queste, si vede una foto di aerei da guerra intenti a bombardare un impianto petrolifero, con una didascalia che recita «ATTACCO SU KHARG», chiara minaccia all'isola di Kharg, il principale centro di esportazione petrolifera dell'Iran.
Parallelamente, in un'intervista al Wall Street Journal, il presidente Trump ha voluto smentire le voci secondo cui gli Stati Uniti starebbero esaurendo le munizioni nel conflitto contro l'Iran, assicurando che l'America «ha molte più munizioni di chiunque altro al mondo, e molte più di quelle di cui abbiamo bisogno». Un messaggio di forza che, se da un lato rassicura l'elettorato interno, dall'altro rischia di alimentare ulteriormente la tensione con Teheran.
Netanyahu in volo per Washington: l'incontro decisivo alla Casa Bianca
È atterrato a Washington Dc il volo che porta il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il settimo dall'inizio della nuova amministrazione Trump nel gennaio del 2025, per un incontro alla Casa Bianca previsto per martedì. Il viaggio, che è stato definito come un'opportunità per «fare il punto su questioni di mutuo interesse», si svolge in un contesto internazionale e interno particolarmente teso.
Lo stesso Netanyahu, in un'intervista a Fox News, ha chiarito che le agenzie di intelligence statunitensi e israeliane stanno coordinando strettamente le attività sul programma nucleare iraniano, ma ha rimarcato che «la decisione spetta a Trump». Il premier israeliano ha inoltre lanciato un avvertimento: «Il programma nucleare iraniano deve essere fermato con o senza accordo». Un monito che sottolinea la determinazione di Israele, ma che lascia intendere anche una possibile divergenza di vedute o, quantomeno, una diversa percezione delle tempistiche tra i due alleati.
Cisgiordania e il silenzio delle armi: un equilibrio instabile
Mentre l'attenzione è concentrata sugli incontri al vertice e sulle dichiarazioni roboanti, sul terreno si registra un silenzio delle armi tra Stati Uniti e Iran che dura ormai da quasi due settimane: Washington non ha ripreso i raid contro il territorio iraniano e Teheran, dal canto suo, ha mantenuto la sospensione degli attacchi contro le basi americane nel Golfo Persico. Un equilibrio, questo, estremamente precario, che potrebbe essere rotto in qualsiasi momento.
A rendere il quadro ancora più instabile, la crescente tensione in Cisgiordania, dove si moltiplicano le violenze dei coloni, i raid militari israeliani, gli arresti e la costruzione di nuovi insediamenti. Un fronte caldo che rischia di deflagrare e di allargare ulteriormente un conflitto già estremamente complesso, mettendo a dura prova la capacità di mediazione della comunità internazionale e la tenuta stessa degli equilibri regionali.
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