La famiglia del bosco tra i limiti del diritto e il ricorso al buon senso
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Redazione Interno
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È uno dei casi giudiziari che ha fatto e che fa più discutere, un caso in cui si intrecciano valutazioni giuridiche e considerazioni di matrice psicologica che, tuttavia, reclamano il ricorso alla categoria del buon senso. Venerdì il Tribunale per i minorenni dell’Aquila, con un provvedimento definito urgente, ha disposto l’allontanamento di Catherine Birmingham, la mamma della famiglia del bosco, dalla struttura di Vasto dove risiedeva insieme ai figli. Si è dato seguito a questa decisione, nonostante le urla strazianti dei suoi bambini, i piccoli Utopia Rose, Galorian e Bluebell, che molto probabilmente verranno trasferiti in un nuovo centro, separati non solo dalla madre ma, a quanto si apprende, anche tra di loro. Il nucleo, di cui è bene ricordare i nomi – dato che stiamo parlando di esseri umani, persone che in questo momento, a prescindere da come la si pensi sul caso, stanno soffrendo –, è così destinato a una nuova frammentazione.
Le ragioni del tribunale e il comportamento della madre
La decisione dei giudici minorili, come emerge dalle tredici pagine dell'ordinanza, non è nata dal nulla ma affonda le radici nelle relazioni degli educatori e dei servizi sociali che da mesi seguono la vicenda all'interno della comunità protetta. Secondo quanto riportato negli atti, Catherine Birmingham avrebbe tenuto una condotta definita “ostile e squalificante” nei confronti del personale della struttura, minando costantemente il lavoro educativo e mostrando una diffidenza pregiudizievole verso qualsiasi figura esterna. Gli operatori parlano di una donna che non rispetta le regole organizzative, che tende a sottrarre i figli alla supervisione portandoli nel proprio alloggio per lunghi periodi, e che utilizza modalità comunicative svalutanti verso le educatrici, arrivando a deriderne i tentativi di trovare un punto d'incontro.
Il quadro diventa ancora più complesso se si considerano gli episodi di aggressività che avrebbero coinvolto i minori all'interno della casa famiglia. I bambini, secondo le ricostruzioni, avrebbero rotto degli oggetti e in alcune circostanze avrebbero tentato di colpire le educatrici con dei bastoni ricavati dalla rottura di alcune persiane, ferendone anche una in modo lieve. Episodi, questi, che assumono una rilevanza particolare non tanto per la gravità in sé, quanto per la reazione della madre: Catherine, infatti, non solo non sarebbe intervenuta per richiamare i figli o placare gli animi, ma avrebbe attribuito la responsabilità degli scontri esclusivamente al personale della struttura, giustificando di fatto i comportamenti dei piccoli. Una condotta che i giudici hanno ritenuto ostativa a qualsiasi intervento programmato e pregiudizievole per l'equilibrio emotivo e l'educazione dei minori, sottolineando come la persistente e costante presenza materna abbia finito per diventare essa stessa un fattore di criticità.
Il contesto della perizia e le reazioni immediate
Il provvedimento, che ha di fatto polverizzato l'unità superstite di questo nucleo familiare, arriva peraltro in un momento processuale delicatissimo, ovvero proprio all'inizio della perizia psicologica disposta dallo stesso tribunale per valutare le condizioni dei bambini e il loro rapporto con i genitori. Una tempistica che ha sollevato piú di una perplessità, considerando che il consulente nominato dai giudici, la psichiatra Simona Ceccoli, avrebbe dovuto mettersi al lavoro proprio in quelle ore per incontrare i minori e comprendere il loro stato psicologico. L'avvocato della famiglia, Marco Femminella, non ha nascosto l'irritazione per una scelta che arriva in pieno svolgimento della consulenza, quasi a voler interrompere un percorso i cui esiti evidentemente non erano graditi. E se i legali parlano di una decisione che terrorizza i loro assistiti, gli psicologi che compongono il team della difesa usano parole ancora piú nette, definendo l'ordinanza uno sconvolgimento che rappresenta un'escalation di gravità enorme e assurda.
L'ennesimo strappo, questa volta consumato nella serata di venerdí con l'allontanamento fisico di Catherine dalla struttura tra le lacrime e le urla dei bambini, ha provocato la reazione immediata dell'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, Marina Terragni, che ha espresso la propria contrarietà al trasferimento dei minori senza la madre. La garante, richiamando anche una precedente valutazione della Asl Lanciano-Vasto-Chieti nella quale si sottolineava la necessità di garantire ai bambini la continuità dei legami familiari, ha chiesto che la decisione venga sospesa in attesa di un ulteriore approfondimento medico indipendente, atto a verificare le possibili conseguenze di questo nuovo distacco sulla salute dei tre piccoli. Un appello, il suo, che punta il dito contro il rischio di infliggere ai minori ulteriori traumi, dopo quelli già vissuti con la separazione dal padre Nathan, avvenuta mesi fa quando la famiglia fu allontanata dalla casa nel bosco di Palmoli.
Il nodo della tutela minorile tra opposte visioni
Al di là delle reazioni emotive e delle inevitabili strumentalizzazioni politiche, il provvedimento del tribunale abruzzese costringe a una riflessione piú approfondita sul confine, sempre labile, tra la tutela dei minori e il diritto dei genitori a crescere i propri figli secondo le proprie convinzioni. I giudici, nell'ordinanza, hanno dovuto valutare non solo il contesto originario della vita nel bosco – con tutte le sue peculiarità e il nodo dell'obbligo scolastico – ma anche, e soprattutto, la situazione venutasi a creare all'interno della comunità protetta. Da un lato c'è la necessità di proteggere i bambini da un ambiente che le autorità hanno giudicato potenzialmente pregiudizievole, dall'altro c'è il rischio che la macchina della protezione finisca per produrre essa stessa il danno che vorrebbe evitare, frammentando affetti e relazioni in nome di una verità processuale che, come insegnano i giuristi, è intrinsecamente limitata e probabilistica.
Le relazioni degli educatori dipingono il ritratto di una madre che non si fida di nessuno e che, di conseguenza, influenza i bambini in modo tale che loro stessi finiscono per essere arrabbiati con tutti, semplicemente perché vorrebbero tornare a casa. Una dinamica complessa, in cui risulta difficile districare ciò che è protezione da ciò che diventa persecuzione. Il contrasto con il padre Nathan, descritto invece come figura collaborativa e rasserenante, aggiunge un ulteriore elemento di complessità a un quadro già di per sé difficile da decifrare. E mentre il dibattito pubblico si infiamma e la politica chiede a gran voce ispezioni e chiarimenti, nella casa famiglia di Vasto restano i segni di un distacco avvenuto nel modo piú traumatico possibile, con la mamma costretta ad andarsene mentre i bambini urlavano, e senza che nessuno – come denunciano i consulenti – abbia preparato i piccoli a un altro strappo, a un altro trauma, a un'altra separazione.




