La madre dei bambini nel bosco allontanata dalla struttura, i giudici: «La sua presenza blocca gli interventi ed è dannosa»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è bastato il trasferimento in una comunità protetta, avvenuto lo scorso novembre dopo l'allontanamento dalla casa nel bosco di Palmoli, a ricomporre la frattura tra la famiglia di origine anglo-australiana e le istituzioni. Anzi, il clima di tensione, dentro la struttura di Vasto che ospitava Catherine Birmingham insieme ai suoi tre figli, è degenerato al punto che il Tribunale per i minorenni dell'Aquila ha emesso una nuova e drasticà ordinanza: la madre deve andarsene. I bambini, una femmina di otto anni e due gemelli di sei, rimarranno invece in una struttura protetta, ma in un’altra sede e, per la prima volta da quando è iniziata questa vicenda, separati dalla figura materna con cui avevano finora condiviso gli spazi.

La decisione, che occupa dodici pagine fitte di motivazioni, non è arrivata all'improvviso, ma rappresenta il punto di arrivo di un crescendo di episodi giudicati dagli operatori e dai servizi sociali come sempre più incompatibili con il percorso di recupero e osservazione che era stato immaginato per i minori. Se inizialmente le perplessità riguardavano le condizioni igienico-sanitarie del rudere e la mancata scolarizzazione, oggi il nodo centrale è diventato il comportamento della madre, giudicato pregiudizievole per l’equilibrio emotivo dei piccoli. Un equilibrio che, secondo le relazioni tecniche, sarebbe messo a dura prova proprio dalla sua presenza costante e da un atteggiamento che i giudici non hanno esitato a definire ostativo rispetto agli interventi programmati.

Scatti d’ira e bastoni, la vita in comunità diventa impossibile

All’origine del provvedimento ci sono una serie di segnalazioni arrivate dalla casa-famiglia e dal servizio di Neuropsichiatria Infantile, che dipingono un quadro di convivenza quantomeno complicata. La signora Birmingham, si legge nelle carte, avrebbe manifestato una crescente insofferenza verso le regole della struttura, arrivando a scontrarsi verbalmente con le educatrici e a utilizzare, talvolta anche in presenza dei figli, quelle che vengono definite «modalità comunicative svalutanti». Di più: i bambini stessi, secondo quanto riferito, avrebbero iniziato a emulare certi comportamenti, mostrando a loro volta segni di insofferenza e, in un episodio ritenuto grave, arrivando a impossessarsi di alcuni bastoni ricavati da persiane danneggiate, con i quali avrebbero provocato piccole ferite a un’educatrice.

Una dinamica, questa, che ha allarmato non poco chi segue il caso, perché dimostrerebbe quanto l’atteggiamento materno – caratterizzato da «frequenti scatti d’ira» e da una costante opposizione a ogni indicazione del personale – si stia riverberando direttamente sulla prole, minando quel percorso di stabilizzazione che il collocamento in comunità avrebbe dovuto garantire. A nulla sarebbero valsi i tentativi di mediazione e le ripetute spiegazioni sulle ragioni di determinate scelte educative, come l’orario della cena posticipato per uniformarsi alla vita comunitaria o la necessità di seguire le lezioni con la maestra. La madre, secondo gli atti, continuava a opporsi, giustificando la riottosità dei bambini con la stanchezza o con il trauma del distacco, alimentando di fatto un clima di totale sfiducia verso gli operatori.

Il ruolo del padre e l’ombra dei vaccini

Se la figura materna è descritta nell’ordinanza come ostacolo insormontabile, quella paterna emerge con contorni diametralmente opposti. Nathan, il padre, viene dipinto dai giudici come un elemento positivo, capace di portare tranquillità e di farsi parte attiva nel rasserenare tanto i bambini quanto la moglie. Tanto che il tribunale, nelle stesse pagine in cui dispone l’allontanamento della madre, suggerisce anzi di intensificare i rapporti con lui, ritenendo la sua presenza utile e costruttiva per i minori. Un contrasto netto, che traspare anche dalla gestione di questioni delicate come quella vaccinale. I documenti parlano chiaro: se i bambini hanno potuto completare il ciclo di vaccinazioni – requisito ritenuto fondamentale dai servizi sociali – lo si deve soprattutto alla collaborazione del padre, che ha saputo gestire e calmare la moglie, la quale invece non ha mai nascosto la sua contrarietà alla somministrazione.

Un passaggio, questo, che aggiunge un ulteriore tassello al mosaico di una situazione familiare complessa, in cui i ruoli genitoriali sembrano essersi cristallizzati su posizioni opposte, con la madre sempre più irrigidita su ciò che percepisce come un’imposizione esterna e il padre più disponibile al dialogo. Una dinamica che, inevitabilmente, i giudici hanno dovuto considerare nel valutare l’interesse superiore dei minori, arrivando alla conclusione che, almeno per ora, la separazione dalla madre rappresenti la strada meno dannosa per il loro percorso di crescita e stabilità emotiva, in attesa che si concludano gli accertamenti peritali in corso.

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