L’Italia fondamentale per bloccare la discussione sulle sanzioni a Israele

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La partita, a Bruxelles, si gioca sui fili invisibili della diplomazia e sulle convergenze che nessuno osa definire troppo esplicitamente. Mentre il Consiglio affari esteri dell’Unione europea prendeva una forma composta e apparentemente lineare, lo schieramento dell’Italia accanto alla Germania ha di fatto paralizzato ogni possibilità di mettere ai voti le sanzioni commerciali a Israele, quelle vere – s’intende –, capaci cioè di scalfire il cuore economico della questione. «Abbiamo detto in parlamento che siamo pronti a esaminare la proposta franco-svedese – aveva dichiarato il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani – ma bisogna esaminarla, bisogna studiarla. Non credo certamente che sarà una decisione che si prenderà oggi». Una frase che, nella sostanza, ha funto da pietra tombale per le spinte più incisive, rinviando ogni ipotesi concreta a un domani che, nei fatti, potrebbe non arrivare mai.

Gli impuniti delle colline, Tel Aviv si infuria lo stesso

Sdegno, rabbia, delusione. Parole che rimbalzano da una parte all’altra del Mediterraneo, senza che nessuno di coloro che le pronunciano sembri davvero disposto a tradurle in atti vincolanti. Israele «respinge fermamente la decisione», ha scritto il capo della diplomazia Gideon Saar in un post su X, reagendo all’approvazione – concessa ieri dai ministri degli Esteri dell’Ue – di un nuovo e più ampio blocco di sanzioni contro diverse organizzazioni israeliane di estrema destra e alcuni coloni responsabili di violenze, sfollamenti e abusi di ogni tipo contro i palestinesi. Un giro di vite, quello adottato, che si concentra esclusivamente su soggetti già considerati ai margini del sistema politico israeliano e che lascia del tutto intatte le strutture portanti di un’occupazione ormai settantennale. Eppure, proprio questa misura ritenuta timida da molti osservatori ha scatenato la reazione furiosa di Tel Aviv, a dimostrazione di quanto anche un gesto dal valore quasi puramente simbolico possa rompere equilibri fragili.

L’unanimità per non fare niente: l’ipocrisia dell’Europa su Israele

Il Consiglio affari esteri non è stato l’ennesimo esercizio di equilibrismo diplomatico, bensì il riflesso di un’Europa profondamente spaccata, che riesce a trovare l’unanimità solo sul cosiddetto «perimetro minimo» della condanna morale. E quest’ultimo, lo si scopre, lascia intatti tutti i nodi strutturali del conflitto. Il via libera alle sanzioni contro i coloni, per quanto limitato, è stato reso possibile soltanto dal terremoto politico in Ungheria; per quasi due anni, infatti, il governo di Viktor Orbán aveva bloccato ogni misura analoga contro le colonie illegali, impedendo che si formasse quella maggioranza necessaria a superare il suo veto. Con l’indebolimento temporaneo del suo sostegno, la diga è saltata, ma solo su un fronte ristretto: quello dei singoli individui e delle piccole sigle estremiste, non certo sugli insediamenti come fenomeno strutturale né tantomeno sui rapporti commerciali bilaterali.

Sanzioni ai coloni e basta. Ue-Israele, tutto come prima

All’indomani del rilascio degli attivisti Avila e Abukeschek – mentre la Freedom Flotilla prova a riorganizzarsi dalla Turchia per un nuovo tentativo di rottura del blocco navale – sul tavolo del Consiglio dei ministri degli Esteri Ue, riunito a Bruxelles, figuravano ufficialmente le sanzioni contro i coloni israeliani in Cisgiordania. Ci sono anche, almeno nelle intenzioni di alcuni governi europei (Francia e Svezia in testa), misure commerciali più incisive contro gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Ma l’ipotesi di una possibile revisione dell’accordo di partenariato Ue-Israele – quello che regola i flussi commerciali e le collaborazioni tecnologiche – è già in partenza destinata a fallire. L’Italia e la Germania, di fatto, ne hanno assicurato l’immobilismo, e nessuna maggioranza alternativa è riuscita a mettere in minoranza questo asse. Così, nel silenzio delle dichiarazioni ufficiali, si consuma l’ennesima conferma: l’Europa sa indignarsi, ma non sa cambiare.

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