Il governo studia una tassa sugli extraprofitti delle banche, pronta per la manovra
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Redazione Economia
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L’esecutivo, nel definire i contorni della prossima legge di bilancio, sta mettendo a punto un prelievo temporaneo sugli extraprofitti del settore creditizio, il quale, stando alle stime, potrebbe portare tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro nelle casse dello Stato. Tale gettito verrebbe ricavato applicando un’aliquota, che si aggirerebbe tra il 4% e il 6%, sulla parte di utili che le banche hanno realizzato nel 2024 e che eccede la media del triennio 2020-2022, un periodo scelto proprio per isolare, con un confronto puntuale, i proventi ritenuti straordinari e direttamente collegati all’innalzamento dei tassi di interesse deciso dalla Banca Centrale Europea. L’intervento, che avrebbe un carattere transitorio limitato al biennio 2025-2026, si fonda sull’analisi dei 46 miliardi di utili complessivi che il comparto ha generato quest’anno, una cifra che ha riacceso il dibattito sulla sua equa compartecipazione alla copertura finanziaria della manovra.
Le reazioni del sistema bancario e la ricerca di un dialogo
Dal mondo bancario, com’era prevedibile, non sono arrivate reazioni di aperta ostilità, ma piuttosto un cauto invito alla discussione. Augusto Dell’Erba, presidente di Federcasse, ha commentato la proposta riconoscendo come “sia normale che il Governo cerchi di trovare fiscalità dove la può raccogliere”, sottolineando però la preferenza per un approccio collaborativo. “È bene che il Governo cerchi di affrontare questo tema non in una logica di contrapposizione, ma in una logica di collaborazione costruttiva”, ha affermato, aggiungendo che “vedremo quale sarà la tecnicalità” della misura, una frase che lascia intendere come il dialogo verterà soprattutto sui dettagli operativi e sul perimetro di applicazione del tributo.
L’altro tavolo negoziale: la revisione delle garanzie pubbliche
Parallelamente alla discussione sul contributo straordinario, il confronto tra governo e banche, che sarà guidato dal vice ministro dell’Economia Maurizio Leo su mandato del ministro Giancarlo Giorgetti, affronterà un altro dossier di notevole importanza: quello delle garanzie statali sui prestiti alle imprese. Il negoziato, che si preannuncia complesso, ruoterà intorno alla possibilità di rivedere e ridurre l’esposizione finanziaria dello Stato su questo fronte, un tema che tocca da vicino l’accesso al credito per le aziende e che rappresenta un tassello fondamentale nella più ampia strategia di riordino della spesa pubblica.
Il contesto della manovra e la regia politica
Lo scenario in cui si inserisce la proposta fiscale è quello di una manovra economica i cui margini sono dichiaratamente ristretti. La premier Giorgia Meloni, riunendo i leader di coalizione e i responsabili economici, ha impostato fin da subito un quadro molto realistico, avvertendo che “le risorse non sono infinite” e che è necessario “chiudere in fretta”. In questo contesto, l’ipotesi di un prelievo sul settore bancario, di cui si parla in alcune valutazioni per un importo potenziale che potrebbe arrivare fino a 5 miliardi, sebbene per il momento sia tracciata solo in via preliminare, si configura come una delle opzioni più concrete per garantire i necessari ricavi senza gravare in maniera diretta sulla fiscalità diffusa, permettendo all’esecutivo di scongiurare, almeno per ora, interventi più impopolari su fronti come la riduzione dell’Irpef o la gestione delle cartelle esattoriali.




