Manovra 2026, governo studia misure per i salari e il nodo Dta per le banche
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Redazione Economia
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Mentre si avviano le consultazioni per la legge di Bilancio, l’esecutivo concentra la propria attenzione su una serie di interventi a sostegno dei redditi più bassi e del ceto medio, sebbene alcuni di essi – data la loro onerosità – potrebbero necessitare di una implementazione pluriennale. In cima alla lista delle priorità, come più volte ribadito, figura un taglio della seconda aliquota Irpef, misura che andrebbe a beneficio di una fetta consistente di contribuenti. Parallelamente, si sta valutando l’innalzamento della soglia di esenzione fiscale per i buoni pasto, portandola dagli attuali 8 a 10 euro, un provvedimento dal costo contenuto ma dall’impatto immediato.
Accanto a questi, un altro strumento allo studio è la detassazione dei premi di produttività, una strada che sembra avere il favore del governo per incentivare la crescita salariale legata ai meriti individuali. Più complessa, invece, appare la possibilità di rendere fiscalmente agevolate anche le tredicesime mensilità; un’operazione il cui costo, stimato in oltre un miliardo di euro, ha spinto il leader di Forza Italia Antonio Tajani a ipotizzare una sua attuazione graduale, dilazionata in “due o tre anni”.
Su un binario completamente differente, e potenzialmente conflittuale, procede il dossier che riguarda il settore bancario e i cosiddetti crediti d’imposta (Dta). L’associazione di categoria ABI, riunita nel suo Comitato esecutivo sotto la presidenza di Antonio Patuelli, ha ribadito “all’unanimità” di volersi attenere agli impegni di solidarietà biennale con lo Stato – già concordati lo scorso anno – per il 2025 e il 2026, delegando il direttore generale Marco Elio Rottigni a eventuali ulteriori contatti. Una presa di posizione netta che suona come un monito indirizzato all’esecutivo, il quale sta valutando la possibilità di “congelare” fino al 2027 la convertibilità di tali attivi.




