Addio a Peppe Vessicchio, il maestro che ha fatto amare la musica agli italiani
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La notizia della sua scomparsa, giunta inattesa come un fulmine a ciel sereno, ha lasciato un vuoto profondo nel mondo dello spettacolo e nella cultura popolare del paese, che in lui aveva imparato a riconoscere non solo un direttore d'orchestra di raro talento ma anche una figura capace di spiegare la musica con una passione contagiosa. Si è spento all'Ospedale San Camillo di Roma, dove era stato ricoverato per una polmonite interstiziale che ne ha stroncato l'esistenza a soli sessantanove anni, privandoci di un'anima buona e di un gigante della musica il cui ultimo saluto, pubblico e toccante, risaliva a poche settimane fa nel corso di una delle sue apprezzate apparizioni televisive. Proprio in quella circostanza, Maria De Filippi, che lo aveva spesso voluto al suo fianco nei programni di maggior successo, lo aveva definito senza esitazione un "maestro di vita", una definizione che racchiudeva il senso di un'intera carriera spesa non solo dietro il leggio ma soprattutto a contatto con le persone, trasmettendo quel sapere che lui per primo aveva scoperto da giovane, quando cominciò a suonare la chitarra.
L'impegno mancato in Umbria e il dolore per una partenza annunciata
La sua assenza, che molti faticano ancora ad accettare, si è fatta sentire in modo particolarmente acuto in Umbria, regione che lo attendeva con trepidazione per un impegno già fissato. Era atteso infatti al teatro Lyrick di Assisi, dove avrebbe dovuto presiedere la giuria di qualità del festival della canzone "ProScenium", un evento al quale aveva aderito con il consueto entusiasmo e che ora si apre all'insegna del ricordo e del cordoglio. L'organizzazione dell'evento, così come il pubblico che sperava di vederlo all'opera, devono ora fare i conti con una presenza divenuta solo memoria, mentre la notizia della complicazione improvvisa che ne ha causato il decesso continua a suscitare un'ondata di dolore autentico, estesa ben oltre i confini della capitale dove ha trovato la fine il suo percorso terreno.
Le voci di un addio collettivo e il lascito di un'eredità immateriale
"Dirige l'orchestra... il maestro Peppe Vessicchio": quella frase, divenuta un'icona sonora per generazioni di telespettatori grazie al suo ripetersi al Festival di Sanremo, riecheggia oggi come un commosso epitaffio in un coro di voci unite dal lutto. In tanti, dal mondo della politica a quello dello spettacolo, da chi con lui ha condiviso il palcoscenico del Teatro Ariston a chi lo ha ammirato nella lunga esperienza ad Amici, hanno voluto rendergli omaggio, ricordando non solo l'artista ma l'uomo. Anche dalla sua terra d'origine, l'Abruzzo, si sono levati saluti carichi di affetto e di stima professionale, come quello del direttore d'orchestra teramano Enrico Melozzi, il quale ha voluto sottolineare come di Vessicchio non possano esistere veri eredi. "Non mi appartiene questa parola", ha dichiarato, aggiungendo che il suo operato andava considerato piuttosto come un "servizio alla musica", un concetto che esalta la dimensione di dono e di condivisione del suo sapere.
Il ricordo di un'epoca e il valore di un'arte condivisa
Quel servizio, che lui ha reso con instancabile dedizione, ha attraversato decenni di televisione e di musica, lasciando un'impronta indelebile nella percezione collettiva degli italiani verso la direzione d'orchestra, disciplina che ha contribuito a rendere accessibile e popolare. Il suo modo di fare, sempre gentile e appassionato, unito a una competenza indiscussa, ha fatto sì che molti lo sentissero non come una star distante ma come un compagno di viaggio nella scoperta delle armonie e delle melodie. L'ultimo ricordo pubblico, quello di un uomo pieno di progetti e di energia nonostante l'età, rimane fissato nelle immagini della sua ultima esibizione televisiva, un testamento involontario di una vita spesa per l'arte, che oggi molti custodiscono come un bene prezioso e irripetibile.




