Il cedimento del muraglione al Lagaccio e i cinquantadue sfollati: una storia di avvertimenti inascoltati e diatribe condominiali

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è stato il maltempo, che pure ha flagellato Genova in quelle ore, la causa scatenante del cedimento. È stata, piuttosto, la goccia che ha fatto traboccare un vaso di incuria già colmo da anni, se non da decenni. Il crollo del muraglione di contenimento in via Napoli, nel quartiere del Lagaccio, avvenuto nella notte tra mercoledì 18 e giovedì 19 febbraio, ha costretto all’evacuazione immediata di cinquanta persone, poi diventate cinquantadue nel conteggio definitivo, privandole delle proprie abitazioni e sollevando un polverone di polemiche e recriminazioni -3-4. Un primo cedimento, infatti, ne ha preceduto un altro nel primo pomeriggio, aggravando il quadro già complesso per i tecnici della Pubblica incolumità e della Protezione civile comunale, al lavoro per verificare l'agibilità del condominio al civico 72, le cui fondamenta poggiano sul terrapieno sprofondato -2-7.

“Lo sapevano tutti, ma non è stato fatto niente”: la lunga agonia di un'infrastruttura dimenticata

A scorrere le testimonianze dei residenti, emerge con chiarezza la natura prevedibile dell'accaduto. Molti di loro, come riportato dai cronisti locali, parlano senza mezzi termini di un “disastro annunciato”, un evento che giaceva latente sotto i loro occhi e sotto l'asfalto di quella strada privata. Già una decina di anni fa, un'altra porzione del muraglione, poco distante, era stata segnalata come pericolante: l'unico intervento, all'epoca, consistette nel transennare l'area, sacrificando alcuni parcheggi ma senza avviare alcun progetto di consolidamento. Una storia, questa, che si ripete identica in molte zone della città, dove i muraglioni in cemento armato costruiti decenni fa – e spesso aventi una vita tecnica stimata intorno ai sessant'anni, come ricorda l'assessore Massimo Ferrante – mostrano tutti i segni di un inesorabile ammaloramento.

Il nodo cruciale, in via Napoli come altrove, è di natura economica e amministrativa. Il complesso residenziale è costituito da più caseggiati che fanno capo a un supercondominio, una realtà complessa in cui mettere d'accordo la totalità dei proprietari sulle spese di manutenzione straordinaria si rivela spesso un'impresa titanica. Antonio Puccio, uno degli sfollati, ha raccontato alla stampa locale come da anni esistesse una diatriba sulla competenza di quel riempimento e come, nonostante esistessero dei progetti, solo la metà dei condòmini fosse disposta a pagare -2-4. Una dinamica paralizzante che Oreste Morande, un altro residente della zona, riassume con amara lucidità, indicando un altro muro sotto i civici 66A e 70, transennato da oltre vent'anni: “Siamo coscienti del problema, ma è impossibile mettere d'accordo. Qui finirà come in via Ventotene, prima o poi verrà giù tutto” -2-4.

L'allarme dei geologi e la risposta politica tra interventi spot e strategie

Sulla vicenda si è inserita, con un'analisi tecnica che va al di là del singolo episodio, la voce dell'Ordine dei geologi della Liguria. Alessandra Fantini, segretaria e consigliera, ha richiamato l'attenzione su un problema strutturale che affligge l'intera città: ci sono voluti secoli per costruire i muraglioni di Genova, molti dei quali necessitano oggi di manutenzioni importanti, e anche volendo metterli in sicurezza tutti, l'impresa richiederebbe tempi lunghissimi, forse trent'anni. Da qui la proposta, rivolta alla sindaca Silvia Salis, di istituire un vero e proprio “catasto dei muri” per censire lo stato dell'arte e programmare interventi mirati, evitando di rincorrere le emergenze. Un modo per sottolineare che non si tratta di eventi improvvisi, ma del frutto di un degrado lento e progressivo, spesso aggravato dalle infiltrazioni d'acqua che, come spiega un residente, scavano in silenzio il terreno anche quando non piove.

Sul fronte politico, la sindaca Salis, presente sul posto per un sopralluogo, ha immediatamente spostato il tiro su un piano nazionale, parlando della necessità di un “intervento strutturale a lungo termine” per una città fragile come Genova, esposta a rischi sia dai monti che dal mare, e chiedendo strumenti e contributi anche per i privati, spesso impossibilitati a far fronte da soli a spese di messa in sicurezza -4-5. Una richiesta, la sua, che ha trovato una pronta replica dal presidente della Regione, Marco Bucci, il quale ha sottolineato come sia necessario prima presentare progetti operativi per poi poter chiedere i finanziamenti, riportando il dibattito su un binario più pragmatico e tecnico -2.

L'incertezza del rientro e il recupero degli effetti personali

Mentre il confronto tra amministratori e tecnici prosegue, la vita dei cinquantadue sfollati è sospesa in un limbo di precarietà. Dopo aver passato la prima notte chi da amici o parenti, chi su un bus messo a disposizione dall'AMT e chi in albergo a spese del Comune – quest'ultima soluzione ha riguardato sei nuclei familiari che ne hanno fatto richiesta –, l'unica certezza per loro è stata quella di poter fare un breve rientro nelle proprie case, scortati dai vigili del fuoco, per recuperare gli effetti personali e i documenti necessari ad affrontare i prossimi giorni. Resta, invece, totalmente aperta la questione dei tempi di rientro definitivo: i tecnici comunali, coadiuvati da geologi e geometri, stanno effettuando verifiche approfondite, ma il perdurare dell'instabilità del versante e il secondo cedimento non lasciano presagire nulla di buono. Il condominio, sebbene si ritenga fondato sulla roccia, rimane sotto osservazione, e la strada privata che lo costeggia, con i box auto semisprofondati, è diventata l'emblema di una fragilità urbana che, in assenza di una manutenzione ordinaria e straordinaria, rischia di ripresentarsi, puntuale, al prossimo nubifragio.

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