Kp Sharma Oli e Ramesh Lekhak in manette: l’ex premier nepalese finisce in carcere per la repressione delle proteste

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La transizione politica in Nepal si tinge di grigio, quello delle divise della polizia che alle prime ore di oggi, sabato 28 marzo, hanno bussato alla porta dell’ex primo ministro Kp Sharma Oli e dell’ex ministro degli Interni Ramesh Lekhak. Per la prima volta nella storia del paese himalayano, un capo di governo finisce in manette, e non si tratta di un colpo di stato, ma dell’esito di un rapporto ufficiale che accusa le massime autorità di negligenza nella gestione delle sanguinose proteste dello scorso settembre, quelle che costarono la vita a 77 persone e spazzarono via il suo esecutivo.

L’ombra delle 77 vittime e il rapporto che ha cambiato le sorti

A scatenare la bufera giudiziaria è stata la rivolta giovanile anticorruzione dell’8 e 9 settembre, un movimento spontaneo nato inizialmente per protestare contro il blocco dei social media, ma che rapidamente si è trasformato nella miccia per un’esplosione di rabbia sociale covata sotto la cenere delle difficoltà economiche. Nel primo pomeriggio di quei giorni, una ventina di ragazzi furono abbattuti; il giorno seguente, il caos si estese a macchia d’olio, con il Parlamento e gli uffici governativi ridotti in cenere e il governo costretto al collasso. A mesi di distanza, la commissione d’inchiesta guidata dall’ex giudice Gauri Bahadur Karki ha consegnato un verdetto pesante come un macigno: sebbene non sia emersa la prova di un “ordine esplicito di sparare”, l’inchiesta ha stabilito che non fu fatto alcun tentativo per fermare il fuoco, definendo la condotta delle autorità come criminosamente negligente, tanto che persino minorenni persero la vita. Sulla base di queste risultanze, la procura ha ipotizzato per i due ex dirigenti il reato di omicidio colposo, con una pena che potrebbe arrivare fino a dieci anni di reclusione.

L’arresto all’alba e le reazioni del nuovo esecutivo

L’operazione, condotta nella mattinata di oggi, ha visto la polizia presentarsi nell’abitazione di Oli a Gundu, nel distretto di Bhaktapur, mentre Lekhak è stato fermato nella vicina Suryabinayak intorno alle cinque. A rendere l’azione ancora più simbolica è la tempistica: le manette scattano a meno di 24 ore dal giuramento del nuovo premier, Balendra Shah, il trentacinquenne ex rapper e sindaco di Katmandu la cui ascesa al potere è stata trainata proprio dal voto della cosiddetta Generazione Z, quella stessa scesa in piazza contro la corruzione. Non è un dettaglio secondario, perché il nuovo ministro dell’Interno, Sudan Gurung – figura centrale nelle proteste di settembre – ha salutato l’arresto sui social con un post che non lascia spazio ad ambiguità: “Nessuno è al di sopra della legge. Non è vendetta, è solo l’inizio della giustizia. Ora il paese prenderà una nuova direzione”.

La strategia della difesa tra ricorsi e accuse di “politica dell’odio”

Il campo di Oli non ha ovviamente accolto l’operazione con la stessa solennità. Il suo legale, Tikaram Bhattarai, ha subito definito l’arresto “illegale e improprio”, sottolineando come non vi fosse alcun rischio di fuga o inquinamento delle prove che giustificasse una custodia cautelare, annunciando il ricorso immediato alla Corte Suprema. Lo stesso Oli, 74enne con due trapianti di rene alle spalle, era già stato trasferito in ospedale subito dopo il fermo per accertamenti medici. In precedenza, il leader comunista aveva liquidato le conclusioni della commissione come un tentativo di “assassinio del carattere” e “politica dell’odio”, e il suo partito, il Cpn-Uml, ha immediatamente convocato una riunione d’emergenza definendo l’atto una “vendetta” politica. Nonostante le accuse di parzialità, il nuovo governo sembra determinato a portare avanti l’iter, con il portavoce della polizia Om Adhikari che ha confermato che i due compariranno davanti al tribunale domani, domenica.

Un precedente che scuote le fondamenta della politica nepalese

Quella che si sta consumando in queste ore è una scena inedita per il Nepal, dove per decenni il potere è stato gestito come un bene intoccabile dalle élite tradizionali. Oli, che ha ricoperto la carica di premier per quattro mandati dal 2015 in poi, rappresentava proprio l’emblema di quella vecchia guardia travolta dalla furia giovanile. Il suo arresto arriva dopo una sconfitta elettorale clamorosa nel suo stesso collegio, dove ha ceduto il passo proprio al nuovo primo ministro Shah, un segnale evidente di come il vento sia cambiato. La decisione di agire sulla base del rapporto della commissione Karki, presa nel primo consiglio dei ministri del nuovo esecutivo, trasforma quella che era una promessa di campagna elettorale in un atto concreto, e per molti osservatori rappresenta uno spartiacque: se anche un ex primo ministro può finire in carcere per la gestione della forza pubblica, allora la tanto agognata riforma del sistema giudiziario e della lotta all’impunità potrebbe non essere solo retorica.

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