Il futuro della dermatologia passa (anche) dagli algoritmi: al via a Rimini il congresso Sidemast
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Redazione Salute
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La rivoluzione silenziosa che sta attraversando gli studi medici e i reparti ospedalieri non riguarda solo nuovi farmaci, ma anche il modo stesso di guardare la pelle. Dal 21 al 24 aprile 2026, il Palacongressi di Rimini ospita il 99° Congresso Nazionale della Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST), un appuntamento – intitolato “Innovazione e Ricerca: il Futuro della Dermatologia” – che arriva in una fase di profonda trasformazione per una disciplina, quella dermatologica, rivelatasi tra quelle a maggiore crescita assistenziale nel Servizio Sanitario Nazionale. A spingere questo cambiamento, come emerge chiaramente dai lavori in programma, è un mix di fattori che va dall’alta prevalenza delle patologie cutanee (e dalla conseguente impennata della domanda di cure) all’irruzione di tecnologie prima confinate ai laboratori di informatica: l’intelligenza artificiale, che qui diventa uno strumento per affinare le diagnosi, si affianca oggi alla medicina personalizzata e alle nuove terapie biologiche, delineando un ecosistema terapeutico molto diverso da quello di solo un decennio fa.
L’appello per i Lea e il nodo delle disuguaglianze tecnologiche
Se da un lato la scienza corre veloce, dall’altro il sistema fatica a tenere il passo. Per questo, il congresso riminese non è solo una vetrina di novità, ma anche un palcoscenico per un pressing politico ben preciso. La SIDeMaST ha lanciato un appello diretto alla politica, chiedendo un aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) per includere tecnologie ormai considerate fondamentali per la diagnosi precoce, come la total body photography e la microscopia confocale. Quest’ultima, lo ricordiamo, permette di visualizzare le cellule cutanee in vivo senza bisogno di biopsia, offrendo un livello di dettaglio impressionante. I vertici della società scientifica sottolineano una criticità che rischia di creare un sistema a due velocità: la separazione troppo marcata tra la dermatologia territoriale e quella ospedaliera. Se uno specialista sul territorio non può utilizzare certi strumenti – si legge nelle dichiarazioni che accompagnano i lavori – di fatto gli viene negata la possibilità di acquisire piena competenza sul loro utilizzo, perpetuando un divario che penalizza i pazienti.
Territorio e ospedale: il cortocircuito della formazione
La questione, come spiegano i presidenti del Congresso, non è meramente burocratica, ma tocca il cuore della qualità professionale e dell’equità di accesso alle cure. Il rischio concreto, avvertono i relatori, è una progressiva perdita di attrattività del settore pubblico nei confronti di un privato che, spesso, può permettersi investimenti tecnologici più immediati. E questo mentre la dermatologia, per sua stessa natura, richiederebbe un approccio integrato tra ambulatorio e grande struttura. Senza dimenticare l’altro fronte caldo, quello delle risorse umane: per trattenere i professionisti nel sistema pubblico servono modelli organizzativi più flessibili, capaci di valorizzare competenze che oggi rischiano di essere soffocate dal turnover o dalla mancanza di incentivi.
Dall’algoritmo al letto del paziente: la sfida dell’appropriatezza
Ma cosa significa, in pratica, questa transizione? L’intelligenza artificiale, che pure fa da apripista, non è un oracolo, ma un supporto: aiuta a filtrare i nei sospetti, a standardizzare le refertazioni e a ridurre i tempi morti nelle analisi delle immagini. Il congresso Sidemast, comunque, non si limita a celebrare l’algoritmo. Ampio spazio sarà dedicato alle malattie infiammatorie croniche, alla dermato-oncologia e alle patologie rare, fino alle infezioni sessualmente trasmesse, in un programma scientifico che alterna simposi a letture magistrali. L’obiettivo dichiarato è rafforzare il dialogo tra chi fa ricerca e chi sta in corsia, con un occhio di riguardo alle nuove generazioni di specialisti, chiamate a gestire una complessità che i loro predecessori non avevano mai dovuto affrontare. La speranza, espressa a chiare lettere durante la presentazione dell’evento, è che investimenti relativamente contenuti (si parla di cifre tra i 50 e i 100 mila euro per alcune apparecchiature) vengano finalmente considerati non una spesa, ma un risparmio per le casse della sanità pubblica.




