La cucina italiana e il riconoscimento Unesco, un traguardo atteso tra polemiche e orgoglio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’iscrizione della cucina italiana nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, un evento celebrato in questi giorni, non giunge come un fulmine a ciel sereno ma appare, agli occhi di alcuni osservatori, come l’approdo naturale di un cammino intrapreso da tempo. Lo chef agrigentino Mario Ciulla, patron del ristorante Granofino, interpreta in questa chiave la sua stessa designazione ad “ambasciatore del gusto”, avvenuta circa un anno fa, considerandola un segnale premonitore e una tappa significativa di quel percorso che ha portato oggi al prestigioso riconoscimento internazionale.

Non tutti, però, hanno accolto la decisione con lo stesso entusiasmo

Oltremanica, ad esempio, un noto critico del Times ha definito l’atto dell’Unesco “prevedibile, servile, ottuso e irritante”, scatenando un polemico j’accuse contro quella che ha bollato come una “presunta supremazia” del cibo italiano, descritta senza mezzi termini come un mito artificiosamente alimentato. Il tono aspro del commento, che non ha risparmiato neppure certe categorie sociali, ha inevitabilmente contribuito ad accendere i riflettori sul dibattito, dimostrando come il cibo possa diventare un potente catalizzatore di identità e divisioni culturali.

Parallelamente, il riconoscimento ha riacceso discussioni più domestiche

In Alto Adige, infatti, si è sviluppata una singolare polemica riguardo alla presunta “non appartenenza” di alcuni piatti tipici locali, come i canederli, al nuovo patrimonio culinario nazionale tutelato. Una posizione che è stata prontamente e fermamente respinta dallo chef stellato Niederkofler, il quale, in un’intervista, ha rivendicato con decisione la piena appartenenza di quelle specialità al ricco mosaico della cucina italiana. Secondo la sua visione, quei piatti raccontano la storia e il territorio con una dignità del tutto pari a quella di un arancino siciliano o di una pizza napoletana, contribuendo a definire un patrimonio unitario nella sua straordinaria diversità.

Intanto, l’interesse per le storie che si intrecciano alla tavola non conosce flessioni

Ne è una prova la recente pubblicazione del secondo volume, curato da Giancarlo Saran per “La Verità”, dedicato alle biografie di personaggi storici noti per essere stati dei veri “peccatori di gola”. Tra le tredici vite narrate, spiccano aneddoti e curiosità, come la documentata passione di Gabriele D’Annunzio per le uova e per le frittate, dettagli che rivelano un lato più intimo e gustoso di figure celebri. Queste opere, che escono in un momento di rinnovata attenzione globale per la cultura alimentare italiana, contribuiscono a ricordare come il cibo sia da sempre molto più di un semplice nutrimento, costituendo un elemento profondamente radicato nella storia e nella vita delle persone, al di là di ogni possibile strumentalizzazione o disputa.

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