Cucina italiana patrimonio Unesco, un riconoscimento che parte dalle case e dai territori
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Redazione Interno
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Il responso, atteso da tempo, è giunto da Nuova Delhi lo scorso 10 dicembre, sigillando una candidatura presentata dai ministeri competenti nel marzo del 2023. A essere iscritta nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità non è, si badi bene, una singola ricetta o un piatto emblematico, bensì un intero modello culturale. Un sistema complesso, fatto di gesti quotidiani e di saperi che si tramandano, il quale trova la sua essenza nella scelta consapevole delle materie prime, nel rispetto dei cicli stagionali e, non ultimo, in una peculiare forma di convivialità. La decisione dell’Unesco, che ha immediatamente fatto il giro del mondo, sancisce dunque un primato: quello della cucina italiana, prima al mondo a essere riconosciuta nella sua interezza.
Un amore che si tramanda a tavola
Ciò che è stato valorizzato, al di là della perfezione di una pasta tirata a mano o della bontà di un tiramisù, è proprio la dimensione sociale e affettiva del mangiare. Per gli italiani, infatti, il pasto rappresenta molto più di un semplice bisogno fisiologico; costituisce piuttosto un momento di cura di sé e degli altri, un linguaggio attraverso il quale si esprime, in definitiva, una forma di amore. Questo patrimonio, per sua natura immateriale, vive e si rigenera nelle case, dove le conoscenze passano dalle nonne e dalle madri alle nuove generazioni, e nei ristoranti che di quella tradizione si fanno interpreti rispettosi. Un riconoscimento che, come ha sottolineato l’Accademia del Gusto durante una cena celebrativa, onora l’intero sistema delle filiere di qualità e il lavoro silenzioso di innumerevoli famiglie.
La voce del territorio: l’esempio della Vallecamonica
La portata del traguardo si misura anche osservando come venga colto e declinato a livello locale, dove la cucina si declina in una miriade di preparazioni tipiche che mutano, a volte sensibilmente, da paese a paese. Fabio Scalvinoni, presidente dell’Associazione Ristoratori Vallecamonica e Sebino, guida un gruppo di cinquanta locali dediti proprio alla valorizzazione delle ricette tradizionali, spesso accompagnate dai vini del territorio. Imprenditore nel settore della ristorazione e del catering, Scalvinoni sottolinea la ricchezza di prodotti locali, che sono davvero innumerevoli, e l’importanza di preservare quelle identità gastronomiche che costituiscono il tessuto connettivo del riconoscimento stesso. La sua associazione, come molte altre sparse per la penisola, incarna quella trasmissione dei saperi e quel legame con il territorio che furono al centro della candidatura.
Oltre il piatto: il modello culturale
Il percorso che ha condotto all’iscrizione nella lista Unesco ha infatti evitato deliberatamente di puntare i riflettori su un alimento simbolo, preferendo invece illustrare una filosofia collettiva. Un modello che unisce, in un intreccio inscindibile, la pratica comunitaria del pasto alla sostenibilità ambientale, la capacità artigianale alla biodiversità agricola. Si tratta di un riconoscimento che, mentre guarda al passato e alla conservazione di un’eredità, implicitamente indica anche una strada per il futuro, legata alla consapevolezza e alla qualità. La cucina italiana, con la sua storia e le sue infinite varianti, cessa così di essere solo un insieme di pietanze per divenire, agli occhi del mondo, una pratica culturale viva e dinamica, il cui valore risiede proprio nella sua capacità di unire le persone e di raccontare un territorio.




