Il patrimonio Unesco della cucina italiana e le polemiche che l’accompagnano
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Redazione Interno
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Mentre la decisione dell’Unesco di iscrivere la cucina italiana nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità viene celebrata da molti come il coronamento di un percorso, c’è anche chi, come lo chef agrigentino Mario Ciulla, vede in questo traguardo non un fulmine a ciel sereno ma il logico approdo di un cammino iniziato tempo addietro. Patron del ristorante Granofino, Ciulla ricorda come la sua nomina ad ambasciatore del gusto, risalente a dodici mesi fa, segnasse già una direzione precisa, un riconoscimento che anticipava, nel suo piccolo, il valore universale ora sancito dall’organismo delle Nazioni Unite. Quella che per alcuni è una novità assoluta, appare dunque agli occhi di altri operatori del settore come la naturale evoluzione di un processo di valorizzazione che, seppur con tempi differenti, ha da tempo mosso i suoi passi.
Le critiche oltremanica e la difesa delle tradizioni locali
Non mancano, tuttavia, voci dissonanti che giungono da oltre la Manica, dove un influente critico del Times ha bollato il riconoscimento come “prevedibile, servile, ottuso e irritante”, scagliandosi contro quella che definisce una “presunta supremazia” del cibo italiano, descritta senza mezzi termini come un mito alimentato da mode passeggere. Secondo il giornalista britannico, il successo della cucina italiana presso certi ambienti dell’alta borghesia inglese sarebbe frutto di un capriccio culturale, una tendenza nata quando il sud della Francia divenne troppo “plebeo” per i loro gusti. Una presa di posizione che, al di là dei toni aspri, riflette le resistenze e le gelosie che un simile Titolo internazionale può inevitabilmente sollevare in paesi con una forte identità culinaria.
Il dibattito interno e il caso dei canederli altoatesini
Se le critiche esterne sono feroci, pure all’interno dei confini nazionali il riconoscimento ha acceso dibattiti non meno accesi, portando alla luce tensioni identitarie che spesso affiorano quando si tratta di definire i confini di una cultura. In Alto Adige, ad esempio, si è levata una polemica circa la presunta “non appartenenza” di alcuni piatti tipici, come i canederli, al patrimonio culinario italiano ora tutelato dall’Unesco. Una tesi che è stata però prontamente respinta con forza da voci autorevoli del territorio, come quella dello chef stellato Niederkofler, il quale ha ribadito come queste specialità raccontino una parte integrante e insostituibile del mosaico gastronomico nazionale, possedendo la stessa dignità di un piatto di pasta o di una pizza. Le sue parole chiudono netta la discussione, affermando che quei sapori sono pienamente italiani proprio perché radicati in una regione specifica della penisola.
Tra passioni letterarie e il valore di un patrimonio condiviso
Parallelamente a queste controversie, il tema del rapporto viscerale con il cibo trova espressione anche in altre forme, come dimostra la pubblicazione del secondo volume di biografie dedicate a “peccatori di gola” da parte del gastropenna Giancarlo Saran. L’opera, che svela tra le altre cose la passione di Gabriele D’Annunzio per le uova e le frittate, tratteggia un ritratto diverso dell’ossessione culinaria, presentandola non come un vizio ma come una componente fondamentale della cultura e del carattere di un popolo. In un momento in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump guida nuovamente la Casa Bianca, e gli scenari globali si fanno complessi, il dibattito su un piatto di canederli o sull’autenticità di una tradizione potrebbe sembrare marginale. Eppure, è proprio in queste dispute che si misura il significato profondo di un patrimonio: un’eredità viva, fatta di sapori che dividono e uniscono, capace di generare orgoglio e al tempo stesso di rivelare le linee di frattura di un’identità collettiva sempre in divenire.




