Cucina italiana patrimonio Unesco, una festa con qualche nota stonata

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell'umanità da parte dell'Unesco, primo caso al mondo per una tradizione culinaria nella sua interezza, ha scatenato un'ondata di legittimo orgoglio lungo tutta la penisola, sebbene non sia mancato qualche episodio di polemica, per lo più di carattere politico o identitario. Il traguardo, definito storico da molte parti, è stato celebrato come il coronamento di un percorso che onora una storia secolare, fatta di saperi tramandati, di prodotti legati al territorio e di una filosofia che considera la tavola un fondamento del vivere bene. “Si tratta di un traguardo che onora la nostra storia e il valore culturale ed identitario della tavola italiana nel mondo”, ha affermato, ad esempio, il presidente del Consorzio Doc delle Venezie, Luca Rigotti, esprimendo una soddisfazione condivisa dalla vasta galassia di consorzi di tutela, associazioni di categoria e imprese che operano nel settore agroalimentare.

Il contributo delle regioni e una polemica politica

A rivendicare con fierezza il proprio ruolo in questo successo collettivo è stata, tra le altre, anche la Sardegna, la cui varietà produttiva e il ricco tessuto artigianale vengono considerati parte integrante del mosaico. Giacomo Meloni, Presidente di Confartigianato Imprese Sardegna, ha sottolineato come l'isola, con le sue centinaia di prodotti tipici e le migliaia di attività, “abbia contribuito a questo successo”. L'entusiasmo, però, non è stato unanime sul piano del dibattito pubblico, visto che in precedenza la segretaria del principale partito della sinistra aveva espresso perplessità sull'opportunità di usare la candidatura a fini propagandistici, arrivando a dichiarare, in una posizione che ha suscitato reazioni contrastanti, che esistevano “cose più importanti a cui pensare”. Una presa di distanza che ha paradossalmente riacceso il dibattito sul valore culturale e sociale del cibo, spesso considerato, invece, un potente strumento di coesione e identità.

La questione altoatesina e i confini della tradizione

Se la polemica politica si è presto esaurita, più pungente e culturalmente significativa è apparsa la reazione proveniente dall'Alto Adige, regione a statuto speciale dove convivono tradizioni diverse. Il quotidiano di lingua tedesca Dolomiten, il più antico e letto della provincia, ha infatti sollevato una questione identitaria utilizzando toni sarcastici e ironici, pochi giorni dopo la proclamazione dell'Unesco. Con un articolo dal Titolo provocatorio, “I canederli non sono italiani”, il giornale ha voluto raccontare le reazioni al riconoscimento, mettendo in luce le complessità di una regione di confine dove la cucina rispecchia una storia di incontri e, a volte, di distinzioni. La presa di posizione, al di là del carattere polemico, ha il merito di aprire una riflessione sulla natura composita e stratificata della tradizione culinaria nazionale, che assorbe e rielabora contributi differenti.

Un riconoscimento che va oltre la tavola

Al di là delle sporadiche contestazioni, che dimostrano comunque quanto l'argomento sia sentito e vitale, il prestigioso marchio dell'Unesco sancisce ufficialmente qualcosa che va ben al di là della semplice pratica del cucinare e del mangiare. Viene tutelato e promosso un sistema di valori che comprende la trasmissione intergenerazionale dei saperi, la sostenibilità legata ai prodotti del territorio, le tecniche artigianali e la dimensione conviviale del pasto, considerato un momento di socialità fondamentale. Un patrimonio immateriale, appunto, che costituisce una parte non secondaria dell'identità del paese e che ora, con questo sigillo, acquisisce una nuova visibilità sulla scena internazionale, offrendo anche opportunità di valorizzazione economica per l'intera filiera, dai produttori agli artigiani fino agli operatori della ristorazione.

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