La cucina italiana è patrimonio Unesco, tra orgoglio e polemiche

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non sono soltanto le ricette, nella loro squisita e spesso disarmante semplicità, a definire il valore universale riconosciuto dall'Unesco alla cucina italiana, prima al mondo ad ottenere un tale sigillo per la sua interezza. La pizza, la pasta tirata a mano, i plin o il tiramisù, per citarne alcuni tra i vessilli più noti, racchiudono infatti un principio molto più profondo della mera preparazione culinaria: quello per cui il pasto rappresenta, nella tradizione nazionale, un autentico atto di cura di sé e degli altri, una forma espressiva di affetto tramandata attraverso i gesti quotidiani. Un riconoscimento, questo, che onora un intero sistema di saperi pratici e di filiere di qualità, come sottolineato da chi, come l'Accademia del Gusto, ne ha immediatamente colto la portata storica. Il presidente dell'Accademia, Nicola Carozza, ha definito il risultato come un tributo anche alle innumerevoli "nonne e mamme" custodi di una tradizione domestica considerata ineguagliabile, attesa da tempo nei circuiti culturali e gastronomici.

Le reazioni e le ombre della polemica

La gioia per un traguardo di tale rilievo, celebrato con eventi dedicati come una cena al ristorante Il Tritone a Fezzano, non è tuttavia rimasta confinata all'unanimità degli entusiasmi. In Alto Adige, il riconoscimento ha infatti riacceso un dibattito identitario, trasformandosi rapidamente in una polemica sui cosiddetti piatti "di confine" e sulla loro presunta estraneità al canone culinario tricolore. Se l'eco di questa disputa separatista in salsa gastronomica, divenuta virale anche oltre i confini nazionali, sembrava essersi attenuata, nuovi colpi di coda sono arrivati a distanza di giorni. Gli Schützen, i tiratori sudtirolesi, hanno ravvivato la controversia attraverso i social network, definendo l'inserimento della cucina italiana nelle liste Unesco una "frode" e un'operazione di "appropriazione culturale", rivendicando una tutela anche per specialità come la pizza tirolese.

Oltre il piatto: un patrimonio di significati

La questione, al di là delle strumentalizzazioni politiche, tocca un nervo scoperto: definire i confini di un patrimonio immateriale è operazione delicata, perché in quei confini si muovono storie di scambio e di identità composite. Dire "cucina italiana", d'altronde, non esaurisce l'universo di significati che il cibo veicola nella Penisola. È anche la rivincita culturale su stereotipi durati a lungo, come quello del "macaroni" utilizzato per identificare sprezzantemente gli emigranti, richiamato perfino dal cinema nella celebre interpretazione di un Alberto Sordi alle prese con abbinamenti improbabilmente americani. Persino la definizione "Spaghetti western" per un genere cinematografico fondamentale porta con sé, accanto alla genialità creativa, un retrogusto di sottile perfidia nella riduzione a cliché.

Un riconoscimento che guarda alla sostanza

Il valore del sigillo Unesco, al di là delle inevitabili polemiche, risiede proprio nella capacità di andare oltre la superficie del piatto, proteggendo una pratica sociale viva e collettiva. Non si tutelano semplicemente ingredienti o procedimenti, ma quel "mondo di felicità" che, come spesso si osserva, accompagna il convivio italiano. Si salvaguarda così un rito che, dalla spesa alla preparazione fino alla condivisione a tavola, struttura momenti di relazione e di piacere, costituendo un tessuto connettivo fondamentale della vita quotidiana. Un patrimonio che, ora più che mai, viene ufficialmente identificato come parte integrante del capitale culturale del Paese, con tutto il suo carico di storia, di tecniche e, soprattutto, di relazioni umane.

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