Il futuro della Gambro di Medolla si sposta al ministero dopo lo sciopero dei 500 dipendenti
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Redazione Economia
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La pancia di Veronica Di Cecco, quella pancia che parla di un futuro pensato per tre, lei, il compagno Armando e il figlio che nascerà tra un paio di mesi, era ieri tra i cancelli dello stabilimento Gambro-Vantive di Medolla. Una presenza silenziosa e concreta, la sua, che assieme al marito – il quale, guarda caso, aveva già vissuto la crisi della Bellco – ha voluto testimoniare come l’annuncio della vendita del sito non sia una pratica di ufficio, ma una scure che pende sulle tavole imbandite e sui mutui appena accesi. La giovane coppia, come tante altre, aveva fatto due conti, “il lavoro lo abbiamo, la casa pure, possiamo farlo”, si erano detti. Poi la doccia fredda del 16 febbraio, quando al tavolo regionale di Bologna, al posto del tanto atteso piano industriale, i manager Corporate del fondo americano Carlyle hanno piazzato sul tavolo un’ipotesi di cessione, lasciando i circa cinquecento dipendenti e le loro rappresentanze sindacali nell’incertezza più totale su chi rileverà l’azienda, quando avverrà il passaggio e, soprattutto, quali attività verranno mantenute.
Un presidio compatto tra operai, sindaci e vertici regionali
E così, mercoledì 18 febbraio, dalle otto del mattino fino alle quattro del pomeriggio, via Modenese 66 si è trasformata in un presidio continuo. Lavoratrici e lavoratori hanno incrociato le braccia per l’intero turno, aderendo allo sciopero proclamato all’unanimità da Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil, quelle prime otto ore di un pacchetto piú ampio che ne prevede quaranta. Attorno a loro, a testimoniare la natura radicata della vertenza, non c’erano solo i colleghi. Il vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, Vincenzo Colla, e l’assessore al Lavoro, Giovanni Paglia, hanno voluto essere presenti fisicamente, mescolandosi alla folla. Con loro, a dare manforte, sono arrivati tutti i sindaci dell’Area Nord modenese e ben sei primi cittadini del Basso mantovano, preoccupati per i tanti loro concittadini che quella fabbrica la presidiano ogni giorno. Un territorio intero, insomma, che si è stretto attorno a un sito produttivo che ha fatto la storia del distretto biomedicale emiliano, un’eccellenza riconosciuta a livello europeo, come hanno ricordato in molti.
La regione chiede un tavolo nazionale e la “dote” per la reindustrializzazione
Ma al di là della partecipazione corale, che ha visto anche la presenza di consiglieri regionali e parlamentari del Pd, dalla protesta di Medolla è emersa una linea politica e istituzionale precisa. Colla, parlando ai manifestanti, è stato netto nel ridefinire il perimetro della discussione: “Siamo all’inizio e non alla fine. Il foglio è bianco ma chi scrive quel foglio dobbiamo essere noi”. Un’affermazione che sposta il baricentro della vertenza da Bologna a Roma, perché se il fondo americano Carlyle – quel colosso da 477 miliardi di dollari che in Italia fa capo a Marco De Benedetti – intende realmente disimpegnarsi, allora dovrà farlo a condizioni chiare. La Regione, per bocca del suo vicepresidente, ha già annunciato di aver sollecitato una convocazione urgente al ministero delle Imprese e del Made in Italy, un passaggio ormai inevitabile per gestire una crisi che non può essere risolta a livello meramente regionale. “Se questi se ne vogliono andare – ha proseguito Colla – deve essere chiaro che non ci deve essere nessuna cesura sociale e che l’eventuale advisor lo dobbiamo individuare insieme per cercare soggetti che possano investire qua”. In sostanza, la proprietà uscente dovrebbe mettere sul piatto una “bella dote” per accompagnare la reindustrializzazione e garantire un futuro a chi, come Lucio Zinno, un altro dipendente presente al presidio, ricorda che “ci sono colleghi, marito e moglie, che si sono accollati dei mutui sperando nella tranquillità dell’azienda come ci avevano promesso lo scorso anno”.
L’incognita della vendita e la ricerca di un compratore “serio”
E mentre i sindacati denunciano la vaghezza delle informazioni – non si sa se la vendita riguarderà l’intero sito o solo una parte, né tantomeno chi sia il potenziale acquirente – l’assessore Paglia ha rincarato la dose, spiegando che l’obiettivo è “andare da Vantive e dal Fondo Carlyle a pretendere che per questo sito ci sia un futuro industriale: con loro se vorranno esserci loro; con qualcun altro di più serio che abbia voglia di fare degli investimenti”. Una frase che fotografa la sfiducia nei confronti dell’attuale proprietà, rea di non aver investito e, secondo i lavoratori, di aver ridotto la produzione di macchinari per la dialisi facendo perdere quote di mercato all’azienda. Lo stabilimento, ricostruito dopo il terremoto, è nuovo e funzionale, le competenze dei dipendenti sono trasversali e vanno dalla produzione alla ricerca e sviluppo. Un patrimonio che il territorio non vuole vedere disperso. Sabato mattina, intanto, nel teatro Facchini di Medolla, il comune ha convocato un’assemblea pubblica per discutere della vertenza, un ulteriore segnale di come la vicenda, almeno per ora, resti saldamente ancorata alla comunità locale, in attesa che il ministero dia il suo sigillo a un tavolo nazionale dove si giocherà la partita vera.




