Gambro in vendita, vertice in Regione delude i sindacati: il sito di Medolla finisce sul mercato

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’incontro che si annunciava come un passaggio cruciale per il futuro dello stabilimento Gambro-Dasco di Medolla, e che avrebbe dovuto dissipare le nubi che da mesi si addensano sul polo biomedicale modenese, si è invece risolto in una doccia fredda per i rappresentanti dei lavoratori e per le stesse istituzioni locali. I vertici di Vantive, la società che controlla il sito produttivo e che a sua volta fa capo al fondo statunitense Carlyle, hanno infatti comunicato nel corso del tavolo regionale convocato a Bologna la loro intenzione di cedere lo stabilimento. Una dichiarazione d’intenti, quella arrivata dai rappresentanti dell’azienda, che ha spiazzato più di qualcuno, non fosse altro perché si attendeva la presentazione di un piano industriale dettagliato, quello stesso piano che era stato promesso per lo scorso dicembre e poi più volte rinviato, con una nuova scadenza, fissata per il 31 marzo, che ora appare definitivamente superata dagli eventi -1.

L’annuncio della messa in vendita, peraltro, è giunto senza che venissero forniti elementi concreti né sulle tempistiche che scandiranno l’operazione, né tanto meno sui potenziali acquirenti che potrebbero farsi avanti. Resta avvolta nel mistero, del resto, anche l’entità effettiva della cessione, se cioè riguarderà l’intero perimetro aziendale o soltanto una parte di esso. Un quadro, questo, che ha spinto l’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia, a esprimere tutto il proprio disappunto al termine della riunione: «Siamo stupiti e amareggiati – ha dichiarato – perché noi ci aspettavamo un piano industriale in grado di rilanciare le prospettive del sito, e ci siamo invece trovati di fronte a un generico piano di vendita, per giunta pieno di incertezze». Una situazione, a suo dire, che mette a serio repentaglio il destino di una fabbrica la cui storia, come ha ricordato lo stesso assessore, si intreccia indissolubilmente con quella dell’intero distretto biomedicale emiliano-romagnolo, da sempre considerato un’eccellenza a livello europeo -1.

Una vertenza che si sposta a Roma, mentre a Napoli la tensione sale per i licenziamenti Harmont & Blaine

Parallelamente alle fibrillazioni che attraversano il settore biomedicale modenese, un’altra crisi aziendale, di segno diverso ma ugualmente preoccupante per le ricadute occupazionali che comporta, tiene banco in Campania. Lo stabilimento Harmont & Blaine di Caivano, situato nel consorzio Asi di Pascarola, è da giorni al centro di un acceso scontro tra la dirigenza e i sindacati, con i lavoratori che hanno incrociato le braccia e dato vita a un presidio persino in Piazza del Plebiscito a Napoli. Sul tavolo ci sono 32 esuberi, dichiarati dall’azienda su un organico complessivo di 129 dipendenti, una decisione che i rappresentanti sindacali, come Anna Pareni della Femca-Cisl per la Campania Nord, non esitano a definire pretestuosa, considerata la solidità del marchio, che conta uno stabilimento a Milano e una sessantina di negozi in tutto il mondo -2.

L’incontro che si è svolto in Prefettura a Napoli, alla presenza del prefetto Michele di Bari, non ha portato ad alcuna soluzione, di fronte alla rigidità manifestata dall’azienda nel motivare la scelta con la crisi strutturale che attanaglia il settore dell’abbigliamento e della moda. La posizione della proprietà, che pure in una nota aveva manifestato la propria disponibilità al dialogo per attenuare l’impatto sociale della decisione, è app apparsa come un muro di gomma ai rappresentanti dei lavoratori, i quali hanno invece puntato il dito contro la scelta di procedere con i licenziamenti senza prima avere mai fatto ricorso, se non durante il periodo pandemico, ad alcun ammortizzatore sociale -2. Una disparità di trattamento, questa, che secondo i sindacati finisce per colpire in modo particolarmente duro proprio il Sud e il suo già fragile tessuto economico.

Il ministero del Lavoro come ultima spiaggia per sbloccare lo stallo di Caivano

Vista l’impossibilità di ricomporre la frattura emersa nel corso del vertice in Prefettura, e con i lavoratori che continuano a rivendicare il diritto a non vedere sacrificato il proprio futuro sull’altare delle ristrutturazioni aziendali, la partita si è spostata altrove. Il prefetto Di Bari, preso atto della situazione di stallo, ha contattato il sottosegretario al Ministero del Lavoro, Claudio Durigon, ottenendo la disponibilità a ospitare un nuovo tavolo di confronto nella sede ministeriale a Roma. L’appuntamento, fissato per mercoledì prossimo alle 11.30, rappresenta ora il principale, se non l’unico, palcoscenico istituzionale in cui si potrà tentare di scongiurare il licenziamento collettivo per i 32 dipendenti di Caivano, in un territorio, peraltro, su cui il governo aveva puntato i riflettori con i noti decreti dedicati alla riqualificazione e alla legalità -2.

I rappresentanti sindacali, dal canto loro, non nascondono la ferma determinazione a portare avanti la battaglia, annunciando fin da ora che, in assenza di risposte soddisfacenti, non esiteranno a intensificare le iniziative di lotta. La richiesta, ribadita anche al termine dell’incontro in prefettura, è chiara: ritiro immediato della procedura di licenziamento e apertura di un confronto serio e vincolante che abbia come unico obiettivo la salvaguardia dei livelli occupazionali e il ricorso agli strumenti di tutela previsti dalla legge, come la cassa integrazione, prima di qualsiasi drastico provvedimento. Un percorso, quello che porta a Roma, che si carica quindi di significato e di aspettative, nella speranza che la politica sappia offrire una soluzione che a livello territoriale, per ora, è mancata.

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