Putin, il vero vincitore della guerra in Iran: barili a peso d’oro e sanzioni in ritirata
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Redazione Esteri
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A Mosca, tra le pareti del congresso degli industriali, Vladimir Putin ha scelto il registro della cautela ostentata per descrivere un contesto che, oggettivamente, gli sta offrendo un’opportunità senza precedenti. Parlando a una platea di imprenditori, il presidente russo ha messo in guardia dai rischi di una “speculazione” sulle entrate petrolifere, paragonando le conseguenze del conflitto in Medio Oriente a quelle, devastanti, della pandemia da Covid. Un avvertimento, il suo, che suona come un monito a non sprecare quella che di fatto è una manna: il greggio russo, grazie alla guerra tra Stati Uniti, Israele e l’Iran, sta vivendo una rinascita clamorosa, capace di ribaltare in poche settimane le sorti di un’economia messa in ginocchio dalle sanzioni occidentali.
E mentre il leader del Cremlino invita alla “moderazione conservatrice” nella spesa pubblica, i numeri raccontano una storia opposta. Il blocco de facto dello Stretto di Hormuz, da cui prima del 28 febbraio transitava oltre un quinto del petrolio mondiale, ha strozzato l’offerta globale facendo schizzare il prezzo del Brent oltre i cento dollari al barile. In questo vuoto lasciato dai giganti del Golfo, è emersa la figura dell’Urals, il greggio russo. Fino a poche settimane prima, Mosca era costretta a svenderlo con sconti pesantissimi per aggirare il blocco occidentale; oggi, invece, quel greggio viene venduto a un prezzo superiore al benchmark internazionale, azzerando lo sconto che per anni aveva penalizzato le casse del Cremlino.
La metamorfosi della fortuna russa è visibile, letteralmente, a bordo delle navi. Le centinaia di petroliere della cosiddetta “flotta ombra”, quelle vecchie imbarcazioni dalle proprietà opache che navigano sotto bandiere di comodo per sfuggire ai radar delle autorità, stanno capitalizzando il caos. Secondo le stime, una singola nave partita dal Baltico con un carico di greggio del valore di quaranta milioni di dollari a inizio febbraio, si è ritrovata a transitare al largo dell’India, a conflitto in corso, con un carico valutato oltre i settanta milioni. Il meccanismo è semplice: con le rotte del Golfo impraticabili e i raid che hanno reso instabile l’intera regione, l’acquirente asiatico (India e Cina su tutti) non ha alternative valide se non quella di attingere alle riserve siberiane.
Non solo. L’amministrazione Trump, che pure aveva inaspetto le maglie delle sanzioni contro Mosca nei mesi precedenti, ha dovuto fare marcia indietro. Per evitare un’impennata ingestibile dei prezzi alla pompa, il Dipartimento del Tesoro americano ha concesso una deroga di trenta giorni che permette a India e altri Paesi di acquistare petrolio russo già imbarcato, di fatto legalizzando temporaneamente ciò che prima era considerato contrabbando. Un regalo inaspettato per Putin, che vede così sbloccarsi milioni di barili rimasti in attesa nei porti e che ora possono essere venduti a prezzo pieno, senza i costi aggiuntivi legati alle operazioni clandestine.
La guerra come moltiplicatore geopolitico
Il vantaggio per Mosca, tuttavia, non è solo finanziario. Sul piano strategico, il conflitto in Iran ha funzionato come una molla che ha allentato la pressione internazionale sulla guerra in Ucraina. Mentre l’attenzione globale si concentra sul Medio Oriente, l’Europa e gli Stati Uniti si trovano divisi su come gestire il doppio fronte. Le richieste di Bruxelles per un nuovo pacchetto di sanzioni che colpisca il commercio marittimo dei servizi legato al petrolio russo sono state bloccate dall’opposizione di Ungheria e Slovacchia, e la crisi energetica indotta dalla guerra in Iran rende ora politicamente impraticabile un inasprimento delle misure restrittive.
Il premier britannico Keir Starmer, in risposta a questa situazione, ha recentemente autorizzato le proprie forze armate ad abbordare le petroliere della flotta ombra nel Canale della Manica, un intervento muscolare motivato dalla certezza che Putin si stia “sfregando le mani” all’idea di incassare i proventi dell’instabilità. Un gesto di forza che però, al netto della retorica, sottolinea proprio la difficoltà dell’Occidente nel contrastare un meccanismo ormai rodato: la “flotta ombra” trasporta oggi circa l’80% delle esportazioni petrolifere russe, utilizzando navi datate, scarsamente assicurate e che spesso navigano con i trasponder spenti per non rivelare la propria posizione.
A rendere ancora più solida la posizione di Putin contribuisce poi il fronte cinese. Pechino, tradizionalmente dipendente dal greggio del Golfo per un terzo del proprio fabbisogno di gas naturale liquefatto, si trova esposta alle turbolenze dello Stretto di Hormuz. Questa vulnerabilità sta spingendo la leadership cinese a rivedere le proprie posizioni nei confronti del progetto del “Power of Siberia 2”, il gasdotto che dovrebbe raddoppiare il volume di gas russo destinato alla Cina. Le trattative, fino a ieri arenate su prezzi e volumi giudicati eccessivi da Pechino, potrebbero ora subire un’accelerazione, regalando a Mosca una vittoria diplomatica di lungo periodo.
Il petrolio come arma (e come rifugio)
Nel contesto attuale, la materia prima estratta dai giacimenti russi si è trasformata in un bene rifugio. Mentre il greggio iraniano resta intrappolato in patria e quello saudita fatica a trovare rotte sicure, Mosca può contare su infrastrutture portuali nel Baltico e nel Mar Nero relativamente al riparo dagli attacchi diretti. Sebbene gli impianti energetici russi siano stati bersaglio di attacchi con droni da parte dell’Ucraina, che ha cercato di ridurre la capacità di esportazione del nemico, la resilienza dimostrata dal settore è stata sorprendente.
Le stime parlano chiaro: l’aumento del prezzo del Brent di dieci dollari al mese si traduce per la Russia in un incremento delle esportazioni energetiche pari a circa 2,8 miliardi di dollari, di cui quasi 1,6 finiscono direttamente nelle casse del Cremlino. Un flusso di cassa che arriva in un momento cruciale, quando il bilancio federale russo, approvato in autunno sulla base di un prezzo dell’Ural di 59 dollari al barile, rischiava di andare in rosso. Ora, con il barile russo che vale più del Brent, il margine di manovra per finanziare lo sforzo bellico si allarga considerevolmente.
Tuttavia, la cautela espressa da Putin ai suoi industriali non è solo tattica. Il leader sa bene che l’attuale situazione, per quanto favorevole, poggia su equilibri fragili. La volatilità dei mercati energetici è altissima e un’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz, o un prolungamento del conflitto che spinga i prezzi a livelli tali da distruggere la domanda globale, potrebbe ribaltare rapidamente le carte in tavola. Ma per ora, in attesa che il “day after” arrivi, Vladimir Putin può godersi il momento: la guerra in Iran ha restituito al petrolio russo il ruolo di cardine del mercato globale, trasformando una crisi geopolitica nella più redditizia delle opportunità.




