Putin attacca i leader europei e definisce l'asse Kiev-Washington, mentre Londra stanzia fondi dagli asset di Abramovich

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Alla determinazione strategica si è accompagnata, in queste ore, una pesante offensiva verbale indirizzata verso i governi europei, culminata in espressioni particolarmente crude. In un talk show televisivo russo, il conduttore ha sollecitato una corrispondente dal Sud Europa a tradurre il termine dispregiativo “podsvinok”, utilizzato in precedenza dal Cremlino per descrivere i rapporti fra alcuni paesi dell’Unione Europea e Washington. La giornalista ha spiegato che l’equivalente più prossimo in italiano è “porcellino” o “maialino”, aggiungendo che si tratta di un “altro enigma linguistico” per gli europei, dopo il termine “Oreshnik” (Nocciolo) impiegato in passato. Questo episodio, apparentemente marginale, chiarisce il tenore degli attacchi lanciati da Putin, il quale, in dichiarazioni separate, ha bollato i leader europei come “porcellini” al seguito del presidente americano Joe Biden, annunciando che saranno sostituiti da quelle che ha definito “nuove élite”. Un linguaggio che, andando ben oltre la critica politica, mira a delegittimare e umiliare la classe dirigente del Vecchio Continente, dipingendola come subalterna e priva di autonomia.

Il quadro internazionale, d’altronde, appare sempre più polarizzato e poco propizio a svolte improvvise. La presidenza di Donald Trump, rientrato alla Casa Bianca, è al momento concentrata sulla gestione di intricate questioni economiche interne, mostrando un disinteresse che contribuisce a raffreddare ulteriormente le poche speranze di un coinvolgimento decisivo degli Stati Uniti per imporre una tregua. Dall’altra parte, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha espresso una rassegnazione amara, prevedendo che il 2026 potrebbe configurarsi ancora come un anno di guerra. In questo scenario di stallo e di parole infuocate, un segnale concreto arriva invece dal Regno Unito, che ha deciso di destinare 2,5 miliardi di sterline a sostegno di Kiev, fondi che proverranno proprio dagli asset congelati dell’oligarca russo Roman Abramovich. Una misura significativa, che trasforma beni sequestrati in risorse per la difesa ucraina e rappresenta una risposta pratica, sebbene finanziaria, alle minacce e all’escalation verbale provenienti da Mosca.

Il nucleo della questione, tuttavia, resta la minaccia militare esplicita. Putin ha infatti avvertito che, in assenza di negoziati che Mosca giudichi concreti e soddisfacenti – una condizione che le recenti dichiarazioni rendono volontariamente vaga e irraggiungibile – la Russia sarà pronta a riprendersi i territori con la forza. Una posizione che rende evidente come la strada dei colloqui sia attualmente bloccata, poiché il presupposto per avviarli è l’accettazione di fatto dei risultati ottenuti con le armi. L’insieme di questi elementi – l’intransigenza strategica, il linguaggio volutamente oltraggioso, il sostegno finanziario occidentale ricavato da misure punitive – delinea un panorama in cui le ostilità, verbali e materiali, sono destinate a prolungarsi, mentre le diplomazie arrancano senza trovare una breccia. Lo stesso Zelensky, del resto, pare aver preso atto di questa realtà, preparandosi a un conflitto di lunga durata, mentre l’Europa viene chiamata in causa non come partner negoziale ma, nelle parole del Cremlino, come gregario da sostituire.

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