Giorgia Meloni e il verdetto del referendum: «Rispettiamo la volontà popolare, ma non cambia il nostro impegno»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il responso delle urne, in un referendum costituzionale che ha fatto segnare un’affluenza record – attestatasi ben oltre il 46 per cento già al termine della prima giornata di votazioni, un dato che non si registrava da anni per consultazioni di questa natura -1 – ha consegnato una netta sconfitta al fronte del Sì. A prendere atto del risultato, con un videomessaggio pubblicato sui propri canali social, è stata la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La sovranità appartiene al popolo, ha esordito la premier, sottolineando come gli italiani si siano espressi con chiarezza. La sua reazione, calibrata e priva di cedimenti, ha voluto ribadire la coerenza dell’azione di governo: l’esecutivo, secondo Meloni, ha portato avanti quanto promesso in campagna elettorale, ovvero una riforma della giustizia – incentrata sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri – che il Parlamento aveva approvato e che ora, con il voto popolare, viene respinta. Pur nella sconfitta, il messaggio è stato chiaro: l’impegno dell’esecutivo prosegue, senza che questo voto cambi le coordinate programmatiche del governo.

La consultazione, che ha visto i seggi aperti dalle 7 alle 23 di domenica e dalle 7 alle 15 di lunedì -6, ha rappresentato un test cruciale per la maggioranza. Al centro del quesito referendario, infatti, c’era una legge costituzionale che interveniva su sette articoli della Carta, modificando in profondità l’assetto dell’ordinamento giurisdizionale. Il cuore della riforma, quella che più ha infiammato il dibattito politico e giudiziario, era la costituzionalizzazione della separazione delle carriere: da un lato i giudici (chiamati a pronunciare le sentenze), dall’altro i pubblici ministeri (investiti del compito di indagare e sostenere l’accusa) avrebbero smesso di appartenere allo stesso ordine, con percorsi distinti fin dall’ingresso in magistratura. Un principio, questo, che secondo i sostenitori del Sì avrebbe garantito maggiore imparzialità e terzietà del giudicante rispetto all’accusa, mentre per i sostenitori del No, tra cui l’Associazione Nazionale Magistrati, avrebbe rotto un equilibrio fondamentale, rendendo la magistratura requirente più esposta a logiche di potere e influenze politiche.

La riforma, che il governo aveva approvato senza concedere modifiche sostanziali durante l’iter parlamentare -8, non prevedeva solo la separazione dei percorsi professionali. Il testo, bocciato dagli elettori, prevedeva anche lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), con la creazione di un organo di autogoverno separato per i giudici e uno per i pm, entrambi presieduti dal capo dello Stato. Un altro dei punti più controversi, e che aveva suscitato perplessità anche all’interno di alcune sensibilità giuridiche, riguardava il meccanismo di selezione dei componenti togati dei futuri Csm: non più eletti dai colleghi, ma sorteggiati, un metodo che secondo i detrattori avrebbe svuotato di autorevolezza e competenza l’organo di autogoverno, sostituendo la rappresentanza con il caso. A completare il quadro della riforma, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, chiamata a giudicare i magistrati, sottraendo questa competenza al Csm.

L’affluenza massiccia, considerando che si trattava di un referendum confermativo – e quindi privo del quorum di partecipazione richiesto per quelli abrogativi – ha restituito l’immagine di un Paese polarizzato. I dati raccolti dal Viminale parlavano chiaro: con 51.424.729 aventi diritto al voto, di cui oltre 5 milioni residenti all’estero, la partecipazione ha superato di gran lunga le previsioni più prudenti. Emerse un quadro geografico con il Nord e il Centro a trainare la partecipazione, con l’Emilia-Romagna, la Lombardia e il Veneto a fare registrare punte superiori al 50 per cento, mentre nel Mezzogiorno, in regioni come Sicilia, Calabria e Campania, l’affluenza si è fermata su valori molto più bassi, attestandosi intorno al 30 per cento. Un dato, quest’ultimo, che ha acceso le analisi politiche sulla distribuzione territoriale del consenso, anche se la premier ha preferito mantenere il focus sul rispetto della volontà popolare espressa senza condizionamenti di sorta.

L’architettura della riforma e i suoi snodi costituzionali

A rendere particolarmente complesso il dibattito referendario, al di là degli slogan contrapposti, era la portata sistemica dei cambiamenti proposti. Il testo di revisione costituzionale, approvato in via definitiva dal Parlamento nell’autunno del 2025, aveva un obiettivo dichiarato: superare quello che il governo considerava un difetto di origine, ossia l’appartenenza di giudici e pm a uno stesso ordine, ritenuta potenzialmente lesiva del giusto processo. La riforma Cartabia del 2022, ricordano i giuristi, aveva già introdotto una limitazione ai passaggi di carriera, consentendo il cambio di funzione solo una volta e nei primi anni di servizio. La modifica costituzionale, ora respinta, intendeva rendere questo principio strutturale e indelebile. Accanto a questo, l’istituzione della Corte disciplinare – composta da 15 membri, in parte laici e in parte magistrati, selezionati con un mix di nomina presidenziale, sorteggio e indicazione parlamentare – rappresentava un ulteriore elemento di rottura rispetto alla tradizione repubblicana, spostando il baricentro della giurisdizione disciplinare fuori dall’autogoverno della magistratura.

Le polemiche che hanno accompagnato la campagna referendaria, particolarmente accese nelle settimane precedenti il voto, avevano coinvolto non solo le forze politiche ma anche i vertici della magistratura. I magistrati, attraverso le loro associazioni, avevano duramente contestato il metodo – definito “senza il cambiamento di una virgola” in Parlamento -8 – e il merito di una riforma che, a loro dire, mirava a indebolire l’indipendenza del potere giudiziario. Dal fronte governativo, al contrario, la riforma era stata presentata come uno strumento per rafforzare la fiducia dei cittadini nella giustizia, mettendo fine a un sistema percepito come rativo e autoreferenziale. Il responso delle urne, con la prevalenza del No, ha ora messo fine a questa partita, consegnando al governo una discontinuità sul percorso di riforma costituzionale, ma, come ribadito dalla premier, senza che questo rappresenti un arretramento rispetto al programma che ha portato la maggioranza alla guida del Paese.

L’impatto sul quadro politico e il significato del voto

Le operazioni di spoglio, avviate dopo la chiusura dei seggi nella tarda mattinata di lunedì, hanno confermato la tendenza emersa dai primi exit poll, con il No che ha progressivamente consolidato il proprio vantaggio, raggiungendo percentuali ben oltre la metà dei voti validi. Per Giorgia Meloni, che aveva fatto della riforma della giustizia un punto qualificante del proprio mandato, si tratta di una battuta d’arresto di rilevanza costituzionale. Il suo intervento video, tuttavia, ha cercato di inquadrare il risultato non come uno stop all’azione di governo, ma come un atto dovuto di presa d’atto della sovranità popolare.

L’affluenza elevata – un dato che ha sorpreso anche gli osservatori più attenti, considerando che la legge costituzionale non richiedeva il raggiungimento di un quorum per essere valida – ha conferito un peso specifico notevole al voto. In molte regioni, la partecipazione ha superato quella registrata nelle ultime tornate elettorali per il rinnovo del Parlamento. Questo dato, in particolare, ha alimentato le letture politiche del voto, interpretato da più parti come un giudizio diffuso sul rapporto tra maggioranza e apparati dello Stato, sebbene la presidente del Consiglio si sia guardata bene dall’entrare in questa chiave di lettura. La sua dichiarazione, improntata alla continuità, ha voluto chiudere immediatamente la fase di confronto diretto sul testo costituzionale, spostando l’attenzione sull’attività quotidiana del governo, laddove la promessa elettorale sulla giustizia – quella di presentare una riforma costituzionale in materia – si considera, nella sua ottica, adempiuta.

Il verdetto delle urne, con la bocciatura di una legge che aveva diviso il mondo giuridico e politico, riporta ora il sistema al quadro precedente, quello della riforma ordinaria del 2022. Resta, sul piano politico, il dato di un governo che incassa una sconfitta referendaria senza per questo modificare la rotta dichiarata: la sovranità popolare è stata esercitata, e l’esecutivo, pur avendo fallito l’obiettivo di consolidare la riforma in Costituzione, intende proseguire nel solco del mandato ricevuto.

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