Francesca Albanese: «La Germania fermi le armi a Israele, a Ginevra gli stupri nei centri di detenzione»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non c’è solo la guerra a Gaza, c’è anche il silenzio di chi quella guerra la alimenta. Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi – figura scomoda per molti governi occidentali, eppure ascoltata da chi denuncia le crepe del diritto internazionale – ha scelto le telecamere di Euronews per un messaggio diretto a Berlino: la Germania deve smettere di fornire armi a Israele. Lo dice senza giri di parole, lei che da mesi respinge le richieste di dimissioni arrivate da Germania e Francia, definendo l’attacco subito come «senza precedenti contro un esperto delle Nazioni Unite». Un’accusa riportata anche dal quotidiano tedesco Die Zeit, che conferma l’isolamento crescente della relatrice nei palazzi del potere, ma non certo nella sostanza delle sue argomentazioni.

La scelta tra il diritto e il vuoto

Il punto, per Albanese, è radicale. Di fronte a noi ci sarebbe una scelta netta: considerare il divieto di genocidio e quello di tortura come norme giuridiche vincolanti – e dunque trattare i leader israeliani come possibili responsabili, insieme a chi li sostiene – oppure ridurli a promesse vuote. Lo ripete con la forza di chi ha visto i rapporti degli investigatori: «Se il disprezzo del diritto internazionale in Palestina non si fermerà, si diffonderà incontrollato ben oltre la Palestina». Non è una previsione, è una constatazione. Perché le carte che arrivano da Ginevra, in queste settimane, raccontano di stupri di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. E l’Italia, in tutto questo, tace.

Nel deserto del Naqab, la detenzione come annientamento

Nel centro di detenzione nel deserto del Naqab – lo ha documentato il primo avvocato a cui è stato permesso l’ingresso, un certo Khaled M. – i prigionieri palestinesi subiscono torture sistematiche. Non episodi isolati, ma condizioni che trasformano la reclusione in una forma quotidiana di annientamento. Dopo anni passati in quel campo, l’avvocato ha dichiarato di aver assistito a un livello di violenze senza precedenti. Un racconto che trova riscontro nei fascicoli di EuroMed Monitor, l’organizzazione che ha seguito da vicino il caso di Sde Teiman: l’archiviazione delle accuse contro cinque soldati israeliani, coinvolti nello stupro e nelle torture di un detenuto palestinese di Gaza, è per gli osservatori la prova di un crollo strutturale e deliberato del sistema giudiziario israeliano.

Impunità come politica di Stato

L’archiviazione, va detto, non è un incidente di percorso. È, semmai, la conferma di un meccanismo: Israele protegge attivamente i propri soldati dalla responsabilità penale, anziché perseguirli. EuroMed Monitor parla di «politica di impunità» per i crimini commessi contro i palestinesi, una prassi che coinvolge lo Stato nel suo complesso. E mentre la macchina giudiziaria israeliana arretra, la comunità internazionale – con poche eccezioni – resta in attesa. Le parole di Francesca Albanese, da questo punto di vista, non sono un’opinione: sono un promemoria legale. La tortura, in carcere, non è una voce di corridoio. È un fatto. E i fatti, prima o poi, pesano più di ogni dichiarazione di intenti.

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