Ballottaggio serrato in Perù, Sánchez e Fujimori divisi da un soffio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel silenzio delle urne che si sono chiuse da alcune ore, il Perù si risveglia in una morsa statistica. Il ballottaggio che vedeva opposti il candidato di sinistra Roberto Sánchez e la leader conservatrice Keiko Fujimori si è risolto in un sostanziale pareggio tecnico, con l’istituto di sondaggi Ipsos che attribuisce al primo un vantaggio irrisorio dello 0,6% (50,3% contro 49,7%).

Un margine talmente esiguo, quest’ultimo, da non permettere alcuna proiezione certa, anche perché il conteggio ufficiale – come si legge nei resoconti della stampa internazionale – potrebbe prolungarsi per giorni, se non settimane, replicando lo scenario di incertezza che aveva caratterizzato già il primo turno. Le operazioni di spoglio, al momento, sono ancora in una fase preliminare, e gli scrutini più significativi (quelli provenienti dalle zone rurali degli altopiani, roccaforte di Sánchez) devono ancora essere completati, un fattore che potrebbe ribaltare nuovamente l’ago della bilancia.

L’eredità pesante e il quarto assalto di Keiko Fujimori

Keiko Fujimori, giunta al suo quarto tentativo consecutivo di conquistare la poltrona di presidente, rappresenta per molti versi la continuità con un passato che il Paese fa fatica a rimuovere. Figlia dell’ex dittatore Alberto Fujimori – condannato per violazioni dei diritti umani e corruzione – la leader di Fuerza Popular ha fatto della perseveranza la sua arma politica, senza mai rinnegare l’ingombrante ombra paterna che, come un volano che si trasforma in fardello, ne ha finora bloccato la corsa alla poltrona di palazzo Pizarro.

In questa tornata, complice il clima di insicurezza cittadina e la crisi politica endemica (il Perù ha avuto ben otto presidenti in soli dieci anni), la candidata di destra sembra poter raccogliere i frutti di una stanchezza sociale, cavalcando il tema dell’ordine e della linea dura contro la criminalità, una strategia che ricorda da vicino l’approccio del genitore negli anni Novanta.

La sua campagna, però, deve fare i conti anche con un passato giudiziario complesso: l’inchiesta per riciclaggio di denaro legata allo scandalo Odebrecht – che le è costata un periodo di detenzione preventiva – rimane ancora in fase di definizione, un dettaglio non trascurabile che getta un’ombra sulle sue aspirazioni presidenziali.

Il voto nella Liguria, 6.242 peruviani al seggio di Genova

L’attenzione verso questa tornata elettorale non si è limitata ai confini sudamericani, ma ha coinvolto in modo tangibile anche l’Italia, e in particolare la Liguria. Sotto la giurisdizione del console generale Carlos Tavera, i seggi allestiti al Porto Antico di Genova sono rimasti operativi per l’intera giornata di domenica, accogliendo una delle comunità peruviane più radicate del Nord Italia. I dati parlano chiaro: nella circoscrizione ligure gli iscritti aventi diritto al voto sono esattamente 6.

242, un numero considerevole che testimonia come l’integrazione di questa componente sociale nel tessuto della regione sia ormai un dato strutturale e non più contingente. Le operazioni, coordinate dal consolato di Genova, si sono svolte senza intoppi, replicando lo schema logistico già sperimentato in occasione di altre tornate estere.

A supervisionare il flusso degli elettori ci hanno pensato i funzionari locali, affiancati da rappresentanti dei due schieramenti politici per garantire la trasparenza di un voto che, sebbene celebrato a migliaia di chilometri da Lima, pesa in modo determinante sul risultato finale. Le schede, al termine della giornata, sono state sigillate e avviate verso la capitale peruviana, dove contribuiranno a definire il quadro di uno scrutinio già di per sé estremamente frammentato.

Tecnicismi dello spoglio e attesa per i dati ufficiali

Mentre i sostenitori dei due candidati trattengono il fiato, gli analisti politici ricordano come questo scenario sia tutt’altro che inedito per la storia recente del paese. Già nel 2021, la sfida tra Keiko Fujimori e Pedro Castillo si risolse in un testa a testa che richiese diverse settimane per essere sciolto, complice la lentezza burocratica nell’esame delle schede contestate.

Anche stavolta, l’ente elettorale (ONPE) ha fatto sapere che il conteggio totale potrebbe non concludersi prima della metà di luglio, lasciando così il paese in uno stato di limbo politico che rischia di alimentare la già cronica fragilità istituzionale peruviana.

Le rilevazioni dei due principali istituti demoscopici, seppur storicamente accurate, offrono per ora un quadro contraddittorio: mentre la rilevazione rapida di Ipsos dà per vincitore Sánchez, i conteggi parziali dello spoglio ufficiale mostrano ancora Fujimori in vantaggio, sebbene con un margine in rapida erosione.

Nei prossimi giorni, saranno proprio i voti provenienti dalle province più remote e dalle collettività all’estero – come quella italiana – a fare la differenza, decretando chi tra la continuità autoritaria di Fujimori e le promesse riformiste di Sánchez (quest’ultimo ex ministro del deposto Castillo, che ha già ventilato l’ipotesi di una grazia presidenziale per l’ex leader) prevarrà alla fine di questo lungo conteggio.

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