Gattuso e il martirio di Bergamo: l’Italia c’è, ma la Bosnia fa paura

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Era un Gattuso moderatamente soddisfatto, quello che dopo il fischio finale si è presentato ai microfoni della Rai, e forse quella moderazione – in un uomo abituato a vivere le partite con il coltello tra i denti – raccontava già molto più di qualsiasi analisi tattica. Il successo sull’Irlanda del Nord, nella semifinale del play-off di qualificazione al Mondiale 2026, è stato agguantato, certo, ma con la fatica di chi sa di essersi complicato la vita da solo. “Non era scontato vincere”, ha ammesso il commissario tecnico, e in questa frase c’è tutta la consapevolezza di una squadra che ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per avere ragione di un avversario, sì, modesto, ma terribilmente ostico.

L’analisi a caldo del tecnico calabrese è stata chirurgica: nel primo tempo, ha spiegare, “ci siamo complicati la vita da soli”, con un centrocampo troppo basso e un Manuel Locatelli – al quale aveva chiesto di cucire il gioco – che invece si schiacciava eccessivamente sulla linea difensiva. Una lettura sbagliata del campo, quella, che ha paralizzato l’azione e permesso agli irlandesi, allenati da un part-time, di credere nell’impresa. Il merito, però, è stato quello di non aver perso la testa nonostante la tensione palpabile; “la tensione si sente”, ha aggiunto Gattuso, confermando la difficoltà di gestire una posta in palio così alta. Poi, nella ripresa, le correzioni: Locatelli avanzato, la palla che ha ricominciato a girare più veloce e infine il vantaggio, arrivato con un tiro dal limite di Sandro Tonali che ha scardinato una difesa fino a quel momento perfetta.

Un martirio calcistico e un avversario che sorprende

Se lo spogliatoio azzurro, dopo i novanta minuti, si è abbracciato come al termine di un’impresa, c’era un motivo preciso. E non è solo la vittoria in sé. A Bergamo, sotto gli occhi di un pubblico che Gattuso ha voluto espressamente (scegliendo il “catino” della New Balance Arena per evitare i fischi che sarebbero piovuti a San Siro), l’Italia ha sofferto contro una squadra di “mezzi sconosciuti” e “molto scarsi” – come sono stati definiti nell’ambiente – che però hanno messo in difficoltà gli azzurri con un piano partita inaspettato. La rivelazione più grande, per Gattuso, è stata quella tattica: “Ci hanno sorpresi – ha confessato –, ci aspettavamo un gioco molto più verticale e invece hanno provato a far girare la palla”. Un aspetto, questo, che ha costretto i suoi a rivedere le marcature e ad annusare il pericolo in ritardo.

L’approccio è stato forse condizionato dal peso della storia recente, quello stesso peso che rende ogni spareggio un potenziale trauma. Ma al di là dell’aspetto psicologico, il ct ha voluto sottolineare il valore collettivo, trovando il modo di scuotere la squadra nello spogliatoio con una domanda retorica: “Pensavate fosse facile?”. Una frase, rivelata poi da Locatelli in tv, che ha smosso qualcosa. Alla fine, nonostante la fatica, il pass per la finale è arrivato. Eppure, mentre gli azzurri festeggiavano, dal Galles arrivava la notizia che cambiava il panorama: la Bosnia di Edin Dzeko, passata ai rigori dopo un supplementare contro il Galles, sarebbe stata la prossima avversaria.

La ricetta di Gattuso e l’atmosfera di Zenica

Adesso l’orizzonte si sposta verso Zenica, allo stadio Bilino Polje, un luogo che Gattuso conosce bene e dove martedì 31 marzo si giocherà l’ultimo atto. Lì, ha avvertito il ct, “ci vorrà un po’ di gattusismo in più”. Non solo qualità tecniche, quindi, ma anche quella forza d’animo necessaria per non lasciarsi intimorire da un ambiente che “conterrà tutti i sentimenti più forti del popolo bosniaco”. Perché se l’Irlanda del Nord ha rappresentato una sorpresa tattica, la Bosnia – con i suoi giocatori esperti – è un’altra storia.

“Sono molti i giocatori esperti, il Galles è molto diverso”, ha spiegato Gattuso, sottolineando come la nazionale balcanica si difenda bene in fase difensiva e si affidi con pericolosità ai suoi attaccanti. La posta in gioco è altissima: l’Italia non partecipa a un Mondiale da dodici anni, e la semifinale ha confermato che il posto è alla portata, ma solo a patto di non ripetere gli errori visti nella prima frazione di gioco contro l’Irlanda del Nord. Il tecnico ha già le idee chiare su cosa serva: “Stessa attenzione, stessa pazienza”, ha scandito, e poi quel qualcosa in più a livello tecnico che contro gli irlandesi è mancato per lunghi tratti.

L’orgoglio di un gruppo e l’analisi di una sofferenza evitabile

Guardando indietro, la sensazione che aleggia nel gruppo è quella di aver sprecato energie preziose. “Questa la portiamo a casa? Ci sarà da faticare”, aveva avvertito Gattuso prima della gara, e le sue parole si sono rivelate profetiche. L’Italia ha rischiato di complicarsi la vita in modo gratuito, cadendo nella trappola di un primo tempo contratto dove, come ammesso dallo stesso ct, “non abbiamo fatto quello che avevamo preparato”. Il merito, però, è stato quello di aver invertito la rotta nell’intervallo. Manuel Locatelli, tra i più in difficoltà nella prima frazione, ha poi spiegato in tv come la percezione dal campo fosse sbagliata: “Ero troppo schiacciato sulla linea difensiva, poi il mister mi ha detto di stare più alto e nel secondo tempo abbiamo fatto meglio”.

È la dimostrazione che, in queste partite da dentro o fuori, il rapporto diretto tra allenatore e giocatori fa la differenza. Gattuso, che alla vigilia aveva definito questa sfida “la più importante della mia carriera”, ha gestito la tensione con la calma di chi sa che la furia non serve in panchina. “Come avrete notato – ha detto –, nel primo tempo ero molto calmo. Ero anche arrabbiato, ma ho spiegato che dovevamo attaccare di più e non difenderci così arretrati”. Una lezione che servirà in vista della trasferta in Bosnia, dove il clima sarà completamente diverso. Perché se a Bergamo il pubblico ha applaudito anche sullo 0-0, a Zenica non ci sarà spazio per errori di posizionamento. Ci vorrà, insomma, una versione più lucida e più cinica di questa Italia, perché il martirio di Bergamo sia solo un ricordo, non un preludio.

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