Il Giro d’Italia e l’eterna beffa di Sofia: Magnier batte ancora Milan, stavolta al fotofinish

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   La Terza Armata, quella che attraversa le cronache sportive senza mai fare rumore, si è fermata ieri sulle rive dell’Iskar, a Sofia, dove il Giro d’Italia ha consumato l’ennesimo copione già scritto eppure sempre sorprendente. Paul Magnier, il ventiduenne texano d’adozione francese – vive nella zona di Grenoble, dove la pianura comincia a farsi montagna –, ha infatti centrato il suo secondo successo in questa edizione della corsa rosa, imponendosi in una volata che per certi versi ripeteva lo schema di Burgas. Con una differenza sostanziale, però: questa volta non c’è stata alcuna maxicaduta a complicare il quadro, eppure il risultato è rimasto identico. Jonathan Milan, il friulano di Buja che di volate se ne intende quanto chi le inventa, è stato beffato nuovamente, e per giunta al fotofinish, in quella frazione di 175 chilometri interamente pianeggiante che da Plovdiv ha condotto il plotone fino alla capitale bulgara. L’olandese Dylan Groenewegen, in forza alla Unibet Rose Rockets, ha completato il podio, ma il suo terzo posto sa più di statistica che di rivalsa.

L’incrocio dei trapianti e la caduta che ha cambiato il piano di Vendrame

Se il ciclismo è anche un romanzo di rinunce e partenze mancate, allora la terza tappa del Giro va letta alla luce di quanto accaduto nei trenta chilometri finali della tappa precedente. È lì, su quell’asfalto bulgaro che non perdona, che Andrea Vendrame – il veneto dalla parlata garbata e dalle gambe esplosive – ha riportato la frattura di tre processi trasversali nella zona lombare. Non si tratta di lesioni lievi, va detto: quei piccoli segmenti ossei che si dipartono dalle vertebre fungono da attacco per i muscoli profondi, e la loro rottura implica dolori acuti e tempi di recupero lunghi. Il corridore, che già ieri sera aveva mostrato il volto segnato dalla delusione, non si è presentato al via di Plovdiv. Tornerà in Italia nelle prossime ore, probabilmente in una delle strutture ortopediche del Fvg – magari a Udine o a San Daniele – per accertamenti più approfonditi e per iniziare quel percorso di riabilitazione che nessun velocista vorrebbe mai affrontare a stagione appena iniziata. Niente eliche o metafore, dunque: solo la cronaca nera del ciclismo, fatta di corpi che cedono e ambizioni che si frantumano a pochi chilometri dal traguardo.

Magnier, non chiamatelo più sorpresa: le gerarchie dello sprint si stanno riscrivendo da sole

C’è stato un momento, a Burgas, in cui qualcuno aveva provato a sminuire l’impresa del giovane francese: “Volata condizionata dalla caduta”, “si erano giocati il successo in pochi”, “bisognerà rivederlo in condizioni normali”. Ecco, quelle condizioni normali si sono presentate ieri a Sofia, e Magnier le ha semplicemente spazzate via. Perfettamente pilotato dalla sua squadra – e qui viene spontaneo citare Stuyven, l’ultimo uomo a mettergli la ruota davanti prima del lancio –, il transalpino ha dimostrato che la prima vittoria non era stata un caso. Anzi: il suo sprint, pulito e potente, ha messo in fila un lottatore del calibro di Milan e uno specialista come Groenewegen, entrambi a caccia di rivincite che non sono arrivate. Nato in Texas ma cresciuto a pane e Aspe, Magnier ha appena ventidue anni e già una dote rara: la capacità di non farsi schiacciare dall’evento, di gestire l’adrenalina delle volate di un grande giro come se fosse al suo primo criterium di paese. E chissà se a Trieste, o magari sul traguardo di Lignano, non troveremo ancora una volta il suo nome scritto in cima alla classifica di tappa.

Dal Friuli alla Carnia, l’attesa per il rientro in Italia e i fantasmi di una cronaca incompiuta

Il Giro, intanto, si prepara a lasciare la Bulgaria dopo tre giorni intensi. Martedì il serpentone giallorosa tornerà a casa, e lo farà attraversando territori che questi occhi conoscono bene: dal Collio alla Bassa friulana, passando per quei comuni che suonano come litanie – Aiello, Muzzana, Premariacco, San Giorgio di Nogaro – fino ad arrivare sulle rampe che dalla pianura salgono verso il Zoncolan o le cave del Predil. Ma attenzione: non c’è ancora nulla di scritto. Le strade del Friuli Venezia Giulia sono pronte ad accogliere la carovana, eppure qualcosa nell’aria suggerisce che la beffa di Sofia potrebbe essere solo un antipasto. Milan, va ricordato, è un corridore che non molla mai: lo si è visto a Cividale, a Gradisca, persino sulle pietre di San Daniele. La sua Lidl-Trek ha già dimostrato di saperlo proteggere fino agli ultimi duecento metri, e il divario con Magnier – in termini di esperienza e di forza bruta – è ancora tutto da misurare. Quello che ci portiamo a casa dalla terza tappa, semmai, è la conferma che le gerarchie tra i velocisti non sono più quelle di un tempo: Groenewegen non è più il dominatore di un tempo, Milan deve vedersela con un ragazzo che non trema, e il resto del plotone osserva. Magari da lontano, magari da Verona o da Portogruaro, ma osserva.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.