Il mobile italiano accelera nel caos globale e punta sull’India, mentre il Salone apre i battenti tra dazi e nuove rotte commerciali
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Redazione Economia
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Milano si appresta ad alzare il sipario sulla 64ª edizione del Salone del Mobile, l’appuntamento che vale per il settore del legno-arredo più del 2,3% del Prodotto Interno Lordo nazionale. Eppure, mentre i padiglioni di Rho Fiera si preparano ad accogliere oltre 1.900 espositori da 32 Paesi, c’è una consapevolezza di fondo che attraversa la filiera: la tempesta globale non accenna a placarsi, ma l’industria italiana – forte di un fatturato che sfiora i 52 miliardi di euro e di una comunità di circa 292.000 addetti distribuiti in 62.000 imprese – ha deciso di non subirla, cercando invece di governarla. I dati diffusi alla vigilia della kermesse, elaborati dal Centro studi di Federlegno Arredo su rilevazioni Istat, dipingono il ritratto di un comparto che regge l’urto delle incertezze geopolitiche e dei dazi, trasformando la Brianza e il Veneto in un laboratorio di resilienza dove la contrazione dell’export tradizionale viene compensata da una spinta inedita verso nuovi orizzonti.
L’export accusa il colpo ma la Brianza non molla la presa
Se si guarda ai numeri dell’export relativi all’inizio del 2026, la frenata è evidente e preoccupa soprattutto chi ha costruito la propria fortuna sul mercato statunitense. Il crollo delle vendite oltreoceano, che registra una flessione a doppia cifra – si parla di un meno 28,5 per cento nei primi mesi dell’anno – rappresenta la crepa più profonda nel muro del made in Italy. Erano state le minacce tariffarie dell’amministrazione Trump, ormai insediata alla Casa Bianca da più di un anno, a gettare il settore nella fibrillazione nel 2025, eppure quella scossa aveva insegnato qualcosa agli imprenditori. Ora la Germania, storicamente locomotiva d’Europa, guarda l’Italia da una posizione di rincorsa: con i suoi 26,7 miliardi di fatturato stimati per l’anno in corso, il nostro Paese consolida il primato continentale lasciando i competitor tedeschi fermi a 21,7 miliardi.
La provincia di Monza e Brianza, che da sola esporta mobili per un valore che supera il miliardo di euro, si trova a fare i conti con un contesto internazionale “burrascoso”. Il presidente di Federlegno Arredo, Claudio Feltrin, si prepara a tastare il polso dell’intera filiera durante la settimana del design, consapevole che il Veneto – dove il comparto conta 6.600 aziende e oltre 45.000 addetti – non può più contare solo sui mercati tradizionali per sostenere una produzione che, a livello nazionale, tocca quota 52 miliardi. Eppure, nonostante l’incertezza, il sistema produttivo del Nord tiene: la flessione dell’export verso gli Stati Uniti e la Francia (scesa dell’1,8 per cento) viene arginata da una diversificazione geografica che inizia a dare i suoi frutti.
La rotta verso l’India e il sorpasso silenzioso della Turchia
In questo scenario di instabilità, l’analisi del Research Department di Intesa Sanpaolo – intitolata “Il mobile e design Made in Italy: sfide e opportunità in un mercato in continua evoluzione” – mette in luce un cambio di paradigma inevitabile. Mentre l’Europa e il resto del mondo fanno i conti con consumi in calo e con il fantasma della chiusura dello Stretto di Hormuz, l’industria italiana non solo regge, ma allunga il passo proprio laddove i competitor arretrano. L’elemento più significativo di questa transizione è rappresentato dalla crescita esponenziale in aree meno battute: la Turchia, ad esempio, ha fatto registrare un incremento delle importazioni dal Belpaese pari a quasi il 37 per cento, mentre il Marocco è schizzato addirittura oltre il 53 per cento.
Ma è l’India il vero oggetto del desiderio per i distretti del legno. Gli analisti sottolineano come l’aumento dei redditi disponibili nella potenza asiatica, unito a un’urbanizzazione frenetica e al cambiamento delle preferenze dei consumatori verso soluzioni abitative modulari, apra spazi inediti per il design italiano. Se a questo si aggiunge la performance positiva del Brasile, cresciuto del 5,4 per cento trainato dalle vendite di componentistica e semilavorati, si capisce perché il sistema Federlegno guardi a questi mercati come alle ancora di salvezza per bilanciare il crollo cinese (meno 6,4 per cento). Così, mentre a Milano si inaugura ufficialmente la kermesse – quella stessa che l’anno scorso dovette fare i conti con i dazi di Trump e che chiuse con un sostanziale pareggio dello 0,8 per cento – la sfida si sposta sulla capacità di intercettare la domanda di arredo di fascia alta nei Paesi emergenti.
Numeri da record e un nuovo modello di business in fiera
Il Salone del Mobile di quest’anno, in programma da martedì a domenica nei padiglioni di Rho Fiera Milano, non è solo una vetrina: è un termometro della salute industriale. L’indotto stimato per la sola città di Milano sfiora i 256 milioni di euro, trainato da una presenza internazionale che supera il 60 per cento dei visitatori, con una forte ripresa dei flussi dal Nord America nonostante le tensioni commerciali. Gli addetti ai lavori sanno bene che il 2025 era stato l’anno della paura, quello delle barriere protezionistiche che avevano messo in fibrillazione un comparto vitale per il made in Italy. Oggi, invece, l’ottimismo è cauto ma concreto: la Germania arretra, la Francia segna il passo, e il primato europeo dell’Italia si fa più solido.
Emerge, dai dati diffusi ieri, un’Italia che vale 26,7 miliardi di fatturato nel solo mobile, una cifra che la pone saldamente al vertice del continente. La filiera del legno-arredo, se considerata nel suo complesso, tocca i 161 miliardi di euro di fatturato complessivo, dando lavoro a più di 656mila persone in 154mila imprese attive. Questi i numeri con cui Claudio Feltrin e gli espositori si presenteranno all’appuntamento di martedì, pronti a discutere non solo di design, ma di logistica, di dazi e di nuove rotte commerciali. Tra le novità più attese c’è il debutto del settore dedicato al “Contract”, quel ramo dell’arredamento destinato a hospitality, navi e grandi spazi pubblici che già oggi muove circa 68 miliardi di dollari a livello globale e che rappresenta il futuro per molte aziende in cerca di marginalità.
Le incognite normative e la tenuta del distretto veneto
Se i mercati lontani offrono opportunità, il fronte interno delle normative europee resta un’insidia silenziosa. L’introduzione del meccanismo Cbam (il Carbon Border Adjustment Mechanism) sull’urea industriale a partire da gennaio ha acceso un campanello d’allarme tra i produttori di pannelli e semilavorati. Secondo le stime di Assopannelli, questo balzello potrebbe tradursi in un rincaro dei costi di produzione fino al 12 per cento nell’arco di quattro anni, con il paradosso – denunciato dagli stessi industriali – di colpire le materie prime importate (necessarie per colle e resine) senza gravare sui mobili finiti che arrivano da fuori confine. Una distorsione che rischia di vanificare gli sforzi di chi, come il sistema italiano, ha investito in sostenibilità e riciclo.
Nonostante ciò, la macchina produttiva non si ferma. Il Veneto, che da solo rappresenta una fetta da oltre 8 miliardi del fatturato nazionale, arriva al Salone con il timore di una crisi energetica mai del tutto rientrata, ma con la determinazione di chi ha visto passare altre crisi. Le 6.600 aziende della regione, insieme ai colossi lombardi, dimostrano che la specializzazione e la qualità possono sopperire alle debolezze congiunturali. In fondo, come sottolineano gli analisti di Intesa Sanpaolo, la quota di mercato italiana sui prodotti ad alto valore aggiunto tocca l’11,2 per cento globale, una percentuale che la mette al riparo dalla concorrenza sui prezzi bassi. La sfida dei prossimi giorni, tra i padiglioni di Rho, sarà trasformare questa resilienza in un nuovo slancio, puntando tutto sull’innovazione e su quei mercati emergenti – dall’India al Brasile – che non aspettano altro che sedersi su una poltrona made in Italy.




