Il paragone di Gattuso con Roosevelt e la paura di sbagliare contro l’Irlanda del Nord
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Redazione Sport
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Accostare Gennaro Gattuso a Franklin Delano Roosevelt può sembrare un azzardo lessicale, una forzatura retorica per riempire le pagine dei quotidiani sportivi in attesa del fischio d’inizio. Eppure, l’invocazione del celebre principio del presidente americano – quello secondo cui l’unico ostacolo da temere sia la paura stessa – calza a pennello per descrivere l’attuale paralisi del calcio italiano, una disciplina che arranca alla ricerca di una identità smarrita tra bolle speculative e metodologie di lavoro che sanno di antico. Se Roosevelt, per uscire dalla Grande Depressione, dovette inventarsi il New Deal, Gattuso, per sottrarre l’Italia dall’incubo dell’ennesima esclusione iridata, è chiamato a mettere in campo un’idea di gioco che esorcizzi lo spettro delle notti di San Siro contro la Svezia e di quel pomeriggio di Palermo contro la Macedonia del Nord.
Lo scenario che si prospetta per il 26 marzo a Bergamo è una semifinale playoff contro l’Irlanda del Nord, un avversario che sulla carta parrebbe abbordabile ma che nella memoria collettiva rappresenta l’inizio della fine del ciclo precedente. Fu proprio contro i nordirlandesi, cinque anni fa, che la squadra allora guidata da Roberto Mancini inciampò in uno 0-0 costellato di conclusioni a vuoto, con un certo Bailey Peacock-Farrell, portiere che milita tra i cadetti inglesi, a trasformarsi in un muro invalicabile. Quella partita, terminata a reti bianche al Windsor Park, condannò gli azzurri agli spareggi, dove poi arrivò la pugnalata dei macedoni. La storia, si sa, non si ripete mai uguale, ma le analogie con il presente sono troppe per essere ignorate: Gattuso, che da capitano vinse un’amichevole contro di loro nel lontano 2009, si trova ora a dover gestire una pressione che va oltre il semplice risultato tecnico.
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Per comprendere la posta in gioco è necessario districarsi nel complicato meccanismo dei playoff europei, un torneo a eliminazione secca che non lascia margini di errore. Sedici nazionali si contendono gli ultimi quattro biglietti per il Mondiale, suddivise in percorsi che incrociano seconde classificate nei gironi e squadre reduci dalla Nations League. L’Italia, essendo giunta dietro alla Norvegia nel suo raggruppamento, è stata inserita in questo tabellone e gode del vantaggio di giocare la semifinale in casa, allo stadio di Bergamo, scelto dal tecnico e dalla Federcalcio per creare un fortino amico. Tuttavia, la situazione è ben diversa da una gara di andata e ritorno: qui si vince o si muore, e la tensione può giocare brutti scherzi anche a giocatori abituati ai palcoscenici della Premier League o della Serie A.
L’Irlanda del Nord, dal canto suo, arriva con la classica mentalità britannica e con la consapevolezza di non avere nulla da perdere. Il commissario tecnico Michael O’Neill ha diramato una lista di ventotto convocati in cui spiccano nomi di scarso richiamo mediatico, eccezion fatta per qualche giovane promessa come l’ala del Liverpool Kieran Morrison, un classe 2007 che ha già assaggiato l’aria della prima squadra con Arne Slot. L’assenza di Conor Bradley, infortunato, riduce ulteriormente il tasso tecnico di una formazione che punta tutto sulla fisicità del bomber Josh Magennis e sulle ripartenze. In porta, poi, ritorna quel Peacock-Farrell che, come un fantasma, si ripresenta sulla strada degli azzurri per ricordare loro che il destino a volte è beffardo.
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Gattuso, in questi cinque mesi di lavoro, ha cercato di imprimere una mentalità diversa rispetto ai suoi predecessori, cercando di evitare gli errori di Ventura prima e di Mancini poi. La gestione del gruppo, in vista della partita secca, passa attraverso la selezione degli uomini più pronti e motivati, con l’esclusione di qualche elemento che nelle gerarchie precedenti sembrava intoccabile. Stando alle indiscrezioni, Riccardo Orsolini sarebbe tra i possibili tagli eccellenti, a causa di un rendimento al di sotto delle aspettative con il Bologna, mentre Federico Bernardeschi potrebbe ritrovare un posto da titolare grazie alla sua capacità di saltare l’uomo. La difesa, punto di forza della tradizione calcistica nazionale, dovrebbe essere affidata a Bastoni e Calafiori, con Spinazzola e Cambiaso pronti a spingere sulle fasce e Donnarumma, ovviamente, a sorvegliare la porta.




