Usa-Iran, raid e minacce per il controllo di Hormuz. “La tregua appesa a un filo”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
NEW YORK – Ormai del cessate il fuoco sembra rimasto solo il nome, tra attacchi, rappresaglie e minacce che si ripetono quotidianamente nel Golfo Persico e negli Stati Uniti. Resta però la speranza che l'escalation non faccia saltare il memorandum of understanding tra Stati Uniti e Iran che, attraverso i negoziati ancora in corso, dovrebbe portare a una soluzione definitiva nel giro di 60 giorni, potenzialmente estendibili.
Le ultime ore hanno registrato un'intensificazione delle ostilità, con le forze armate statunitensi che hanno condotto attacchi mirati contro una decina di obiettivi iraniani nell'area dello Stretto di Hormuz.
La risposta a una petroliera e la strategia di Teheran
L'azione militare americana è scattata in risposta a un precedente attacco iraniano che aveva preso di mira una petroliera commerciale in transito nelle acque dello Stretto, un punto nevralgico per il trasporto mondiale del greggio. Secondo gli analisti, questi scontri non rappresentano un tentativo di allargare il conflitto ma piuttosto una fase di pressione reciproca in vista dei tavoli negoziali.
Ian Bremmer, analista politico di fama internazionale, ha commentato la situazione spiegando che gli attacchi iraniani nel Golfo fanno parte di una strategia che mira a ottenere più peso nelle trattative con gli Stati Uniti. «Ricordiamoci che siamo ancora in una fase di cessate il fuoco – ha osservato Bremmer – i veri negoziati non sono nemmeno iniziati e Teheran vuol dimostrare di avere un vantaggio contrattuale, tanto più che ormai sa bene che gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di riprendere la guerra».
La versione di Araghchi e il corridoio alternativo
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito la posizione di Teheran sostenendo che gli Stati Uniti, con le loro operazioni nello Stretto di Hormuz, violerebbero l'accordo vigente cercando di istituire un corridoio alternativo per aggirare il controllo iraniano. Le dichiarazioni del capo della diplomazia persiana arrivano mentre i canali diplomatici restano aperti, sebbene in modo estremamente precario.
Secondo quanto riferito da Axios, che cita un alto funzionario americano, Stati Uniti e Iran avrebbero concordato di sospendere i reciproci attacchi nello Stretto di Hormuz per consentire lo svolgimento di un incontro fissato per martedì a Doha. Questo appuntamento, che si tiene sotto la mediazione del Qatar, rappresenta l'unico argine visibile contro il baratro di un conflitto aperto su larga scala.
Il fronte libanese e le minacce di Trump
Nel frattempo, il conflitto indiretto si allarga ad altri scenari mediorientali. L'esercito israeliano ha reso noto di aver distrutto l'infrastruttura terroristica sotterranea di Hezbollah nell'area del villaggio di Majdal Zoun, nel Libano meridionale, in quella che appare come un'operazione preventiva per tagliare le vie di rifornimento del gruppo armato filo-iraniano. Sul fronte delle dichiarazioni politiche, Donald Trump ha lanciato un avvertimento durissimo nei confronti della Repubblica Islamica, minacciando di «spazzare via l'Iran» in caso di ulteriori provocazioni.
Dall'altra parte, i pasdaran – il corpo dei guardiani della rivoluzione – hanno risposto con toni altrettanto aggressivi, blindando di fatto il passaggio di Hormuz e innalzando il livello di allerta nelle loro basi costiere.
L'ombra del nucleare e i colloqui saltati
A complicare ulteriormente il quadro, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, gli ultimi scontri avrebbero fatto saltare una seconda fase di colloqui sulle questioni più controverse, tra cui il programma nucleare iraniano, che si sarebbero dovuti tenere in Svizzera. L'annullamento del vertice elvetico rappresenta un duro colpo per le speranze di una distensione duratura e rischia di far deragliare completamente il fragile equilibrio raggiunto con il memorandum.
Le cancellerie europee seguono con apprensione l'evolversi della situazione, consapevoli che un nuovo conflitto a larga scala nello Stretto di Hormuz avrebbe conseguenze devastanti non solo per la stabilità regionale ma anche per l'intera economia globale, dato che da quella via marittima transita circa un quinto del petrolio mondiale.




