La lunga notte di Qusra: assedio, coloni e la scelta di restare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il villaggio di Qusra, quindici chilometri a sud di Nablus, nel cuore della Cisgiordania occupata, è da cinque giorni teatro di una violenza che non accenna a placarsi. L’assedio militare israeliano, che si sovrappone agli attacchi portati avanti da gruppi di coloni estremisti, ha trasformato questa comunità agricola in una gabbia a cielo aperto, con decine di famiglie costrette a barricarsi nelle proprie abitazioni mentre gli spari risuonano tra le case e le olive, simbolo di una resistenza che qui è anzitutto quotidiana.

La tensione ha ormai superato i confini locali, attirando l’attenzione della diplomazia internazionale, e in particolare degli Stati Uniti, che hanno visto i propri cittadini finire nel mirino di quella che, a tutti gli effetti, appare come una vera e propria operazione di pulizia etnica condotta per procura, con il sostegno più o meno esplicito delle istituzioni israeliane.

L’assedio e gli attivisti italiani: una partita in tre minuti

A far precipitare la situazione, nel corso degli ultimi giorni, è stata la presenza di un gruppo di attivisti internazionali, tra i quali cinque cittadini italiani, che avevano scelto di soggiornare presso l’abitazione della famiglia Abu Ridi, una delle più esposte e situata alla periferia del centro abitato.

Quattro donne e un uomo, con un’età compresa tra i venti e i quarant’anni, erano giunti in Cisgiordania in giorni diversi, senza alcuna sigla politica o associazione alle spalle, mossi unicamente dalla volontà di offrire una presenza fisica, una barriera umana contro le incursioni notturne dei coloni. La loro presenza, tuttavia, è durata fino a ieri mattina, quando l’esercito israeliano ha fatto irruzione per la seconda volta in quarantotto ore nella casa che li ospitava, imponendo un ultimatum che non lasciava spazio a repliche.

I cinque attivisti, come confermato dalla Farnesina, hanno ricevuto un preavviso di soli tre minuti per raccogliere le proprie cose e abbandonare il villaggio, una tempistica che racconta, più di ogni altra dichiarazione ufficiale, il clima di intimidazione e la precarietà assoluta in cui versa la popolazione palestinese di quest’area.

Il sindaco di Qusra ha descritto l’espulsione come un atto coercitivo, volto a privare gli abitanti dell’ultimo fragile scudo rappresentato dalla comunità internazionale, e le immagini del convoglio in allontanamento, con le donne e gli uomini costretti a lasciare tutto in preda alla fretta, fanno ora il giro dei canali di informazione indipendenti.

La svolta di Washington: "Terroristi" i coloni di Qusra

La durezza delle operazioni in corso a Qusra ha scatenato, peraltro, una reazione inaspettatamente severa da parte dell’amministrazione statunitense, che ha scelto di utilizzare per la prima volta un termine finora accantonato con cautela nel lessico diplomatico. Gli Stati Uniti, infatti, hanno definito "terroristi" i coloni israeliani coinvolti negli assalti al villaggio, un’etichetta che finora era stata riservata quasi esclusivamente alle fazioni palestinesi e che segna un cambio di passo significativo nell’approccio di Washington alla gestione del conflitto in Cisgiordania.

La svolta lessicale, tuttavia, non è meramente simbolica: essa nasce dalla constatazione che tra le famiglie accerchiate all’interno del villaggio, quella degli Abu Ridi, vi sono cittadini con passaporto americano, il che rende la vicenda un caso di rilevanza diretta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Nel frattempo, il Centcom ha dovuto smentire categoricamente le voci, circolate in alcuni ambienti, relative a presunte vittime a bordo della portaerei Abraham Lincoln, un episodio che dimostra quanto la confusione informativa e la propaganda siano ormai parte integrante del conflitto, alimentando una spirale di sospetti e ricostruzioni contrastanti che rendono ancor più complesso il lavoro degli investigatori e degli osservatori sul campo.

L’escalation istituzionale e il trasferimento dei poteri ai coloni

Al di là dei singoli episodi di violenza, ciò che appare più preoccupante agli occhi degli analisti è la cornice giuridico-amministrativa all’interno della quale questi eventi si inseriscono.

Le istituzioni israeliane, sotto la spinta determinata di figure di spicco dell’estrema destra al governo, come il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, stanno progressivamente trasferendo il controllo operativo sulle attività dei coloni dalla giurisdizione militare a quella della polizia civile, un passaggio che di fatto legittima l’espansione degli insediamenti e ne accelera l’annessione de facto al territorio statale.

Questo mutamento di paradigma, avvenuto in gran parte sotto traccia, ha tolto di fatto qualsiasi freno all’iniziativa dei gruppi più estremisti, che ora agiscono con la consapevolezza di godere di una copertura politica totale, mentre l’esercito regolare (IDF) si limita a presidiare il perimetro degli assedi, come nel caso di Qusra, dove il battaglione Golani è stato mobilitato per contenere le proteste senza però intervenire per fermare le devastazioni portate avanti dai coloni.

L’effetto combinato di questi fattori ha prodotto una situazione paradossale, in cui lo Stato di Israele, da un lato, nega qualsiasi coinvolgimento nelle violenze e, dall’altro, fornisce le infrastrutture logistiche e il sostegno militare affinché queste possano compiersi, trasformando di fatto i villaggi palestinesi in zone grigie dove il diritto internazionale viene sospeso e la forza bruta diventa l’unica legge vigente.

La strategia dell’annessione strisciante e il vuoto di potere

La situazione a Qusra non rappresenta, in questo senso, un episodio isolato, bensì il sintomo più evidente di una strategia politica ben più ampia, volta a ridefinire i confini della Cisgiordania attraverso la creazione di fatti compiuti sul terreno. L’espulsione delle famiglie palestinesi, la distruzione sistematica di uliveti secolari e il saccheggio dei raccolti sono strumenti di una guerra psicologica che mira a spezzare la resilienza delle comunità rurali, costringendole ad abbandonare i propri terreni per lasciare spazio a nuovi avamposti coloniali.

In questo quadro, l’assenza di una reazione efficace da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese, sempre più debole e screditata, e l’impotenza della comunità internazionale, che si limita a condanne verbali prive di conseguenze pratiche, creano un vuoto di potere che i coloni più estremisti riempiono con la violenza organizzata.

Le parole del sindaco di Qusra, che ha denunciato l’abbandono forzato degli attivisti italiani come un atto di resa imposto con la forza, riecheggiano come un grido d’allarme per un intero popolo che sta assistendo, giorno dopo giorno, allo sgretolamento delle proprie prospettive di sopravvivenza, in una terra che diventa sempre più ostile e spopolata, dove il diritto a esistere viene messo in discussione da un’occupazione che non conosce più confini né morali.

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