Cisgiordania, l'assedio di Qusra e i cinque attivisti italiani costretti a lasciare il villaggio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ultima settimana ha portato a un’ennesima escalation di tensione in Cisgiordania, dove il villaggio di Qusra, a circa 15 chilometri a sud di Nablus, è stato teatro di un assedio da parte di coloni israeliani che ha attirato l’attenzione internazionale, soprattutto per il coinvolgimento di un gruppo di cittadini italiani.

Cinque attivisti, quattro donne e un uomo di età compresa tra i 20 e i 40 anni, si sono trovati intrappolati all'interno di un'abitazione della famiglia Ridi insieme ai residenti palestinesi, dopo che i coloni avevano bloccato le vie d'accesso al villaggio, interrotto la fornitura di acqua ed elettricità e reso di fatto la vita impossibile agli abitanti.

La loro presenza, nata come gesto di solidarietà e per documentare quanto stava accadendo, si è trasformata in una vicenda diplomatica che ha costretto il governo italiano a monitorare costantemente la situazione attraverso l'Unità di crisi della Farnesina, in collegamento con il consolato di Gerusalemme e l'ambasciata a Tel Aviv.

L’escalation e l’espulsione dagli attivisti

Le tensioni a Qusra sono iniziate lo scorso fine settimana, quando decine di coloni hanno allestito un avamposto di tende proprio davanti a tre case palestinesi, circondandole e impedendo ai circa 15 residenti, tra cui bambini, di uscire o di ricevere rifornimenti. L'obiettivo dichiarato dai coloni era quello di consolidare il controllo territoriale, una strategia che secondo le organizzazioni per i diritti umani mira a espandere gli insediamenti e a creare una continuità territoriale tra le diverse postazioni israeliane nella zona.

Gli attivisti italiani, che alloggiavano presso una delle famiglie, hanno vissuto giorni di paura, con le persiane abbassate e le porte chiuse, ascoltando il rumore dei veicoli blindati e facendo turni di guardia durante la notte. La loro permanenza è durata fino a giovedì mattina, quando l'esercito israeliano (IDF) è tornato per la seconda volta, dando loro tre minuti per lasciare l'abitazione.

L'ordine era stato preceduto da un primo sgombero temporaneo, durante il quale i soldati avevano requisito due case della famiglia Ridi per alcuni giorni, lasciando le stanze a soqquadro e manomettendo i sistemi di videosorveglianza. Secondo il sindaco di Qusra, Abdul-Azim Wadi, gli attivisti sono stati espulsi con la forza, una versione contestata dalle fonti italiane che hanno parlato di un allontanamento senza violenza su ordine dell'IDF.

I cinque si sono poi trasferiti in un'altra località della Cisgiordania, in una casa palestinese non assediata, e hanno chiesto di mantenere riservata la loro posizione.

La dimensione politica e la pressione americana

Il caso di Qusra ha assunto una rilevanza politica notevole non solo per la presenza di cittadini italiani, ma soprattutto perché una delle case assediate appartiene a Loui Ridi, un cittadino palestinese-americano residente in Ohio. Questa circostanza ha spinto gli Stati Uniti a esercitare pressioni dirette sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, chiedendogli di condannare pubblicamente l’assedio.

L’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, pur essendo un noto sostenitore del movimento dei coloni, ha definito le azioni dei coloni un "orribile atto di terrorismo" e ha parlato apertamente di "terroristi israeliani". La richiesta di Washington ha messo Netanyahu in una posizione delicata, a poche settimane dalle elezioni politiche israeliane previste per il 27 ottobre, con una coalizione di governo che include partiti di estrema destra favorevoli all'espansione degli insediamenti.

Le pressioni si sono tradotte in un intervento delle forze di sicurezza israeliane, che hanno smantellato alcuni avamposti illegali nella zona, ma senza riuscire a disperdere completamente i coloni, i quali sono rimasti nei pressi delle case in attesa di nuovi sviluppi.

La risposta dell’esercito israeliano e il futuro degli insediamenti

La gestione della crisi ha messo in luce le contraddizioni e le complessità della politica israeliana in Cisgiordania. L’esercito, pur dichiarando l'assedio dei coloni come "illegale, riprovevole e inaccettabile", ha mostrato una presenza ambivalente sul terreno, alternando momenti di scontro con i coloni, usando lacrimogeni e granate stordenti, a momenti di dialogo e complicità.

Fonti locali hanno denunciato che i soldati, a tratti, hanno agito come intermediari, consentendo ai coloni di mantenere una presenza costante e di fatto legittimando la loro azione.

In un contesto più ampio, il governo israeliano ha già annunciato l'intenzione di preparare un piano per trasferire le funzioni di polizia civile in Cisgiordania dalla competenza dell'esercito a quella della polizia israeliana, una mossa che secondo il ministro della Difesa Israel Katz mira a far sì che l'esercito si concentri sulla lotta al "terrorismo palestinese" e non sul "dare la caccia ai giovani estremisti sulle colline".

Questo trasferimento di competenze, che potrebbe essere supervisionato da figure come il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, un duro sostenitore degli insediamenti, rappresenterebbe un ulteriore passo verso l'annessione de facto di porzioni di territorio cisgiordano e potrebbe normalizzare un sistema in cui coloni e palestinesi sono soggetti a leggi e giurisdizioni separate, una situazione che le principali organizzazioni per i diritti umani definiscono come apartheid.

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