L’affaire Tortora e il referendum sulla giustizia: un filo che il dibattito pubblico non può recidere
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Redazione Interno
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Si torna a parlare di Enzo Tortora, e non soltanto per le celebrazioni televisive o per la miniserie di Marco Bellocchio che ne ha ricostruito la parabola umana e professionale, ma perché la sua storia, a oltre quarant’anni di distanza da quel “venerdì nero” del 1983, si è insinuata con prepotenza nel dibattito sul referendum di primavera -2. C’è chi, tra i sostenitori del “No” alla riforma della giustizia, sostiene che l’uno sia una vicenda di cronaca giudiziaria ormai archiviata e l’altro una questione di diritto da discutere sui libri, quasi che i due piani non debbano e non possano incontrarsi. Ma il collegamento non è solo pertinente: è strutturale, e riguarda il cuore stesso del funzionamento del sistema e delle sue derive -1.
L’Affaire Tortora, infatti, non è soltanto la tragica odissea del conduttore di Portobello, ingiustamente accusato di appartenere alla Nuova Camorra Organizzata e di trafficare droga sulla base delle dichiarazioni di pentiti – tra i quali spiccano nomi come quello di Giovanni Pandico o di Pasquale Barra –, dichiarazioni che si sarebbero poi rivelate un castello di fandonie -7. L’inchiesta napoletana travolse circa ottocento persone, e tra queste, come quasi sempre si dimentica di ricordare, c’era il cantante Franco Califano, il quale, dopo un lungo periodo di carcere preventivo, venne anch’egli prosciolto perché, testualmente, “non ha commesso alcun fatto contestato” -2. Centinaia di arresti basati su omonimie, scattati con una leggerezza che solo dopo giorni, se non settimane, veniva parzialmente corretta dai giudici, ma intanto il danno era fatto, la reputazione in frantumi e la cella restava l’unica certezza. Fu, per usare le parole di Giorgio Bocca, una “macelleria giudiziaria all’ingrosso”, una definizione che ancora oggi pesa come un macigno sulla coscienza di chi, nelle aule di giustizia, quelle decisioni le prese -8.
Il punto, quando si discute del referendum e della separazione delle carriere, non sta nella rilettura sentimentale di quella ferita, ma nell’analisi di ciò che accadde dopo, nelle carriere di coloro che quell’errore lo avevano commesso. Il procuratore Felice Di Persia, lo stesso che ordinò il blitz e che richiese la condanna, non solo non subì conseguenze disciplinari, ma proseguì la sua ascesa: divenne procuratore capo a Nocera Inferiore e, qualche anno più tardi, nel 1986, venne eletto al Consiglio Superiore della Magistratura per la corrente di Magistratura Indipendente, dove rimase fino al 1990 -2. E non fu il solo: Lucio Di Pietro, che affiancò Di Persia in quelle indagini, arrivò a ricoprire il ruolo di procuratore generale a Salerno e, successivamente, di procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia -2. Il magistrato Luigi Sansone, coinvolto a vario Titolo nella vicenda, scalò i vertici della giurisdizione fino a diventare presidente della Sesta sezione penale della Corte di Cassazione. Nessuno di loro venne chiamato a rispondere dell’operato che aveva mandato in galera un innocente e distrutto decine di altre vite -2.
L’intangibilità della toga e la memoria corta del dibattito pubblico
È questo l’aspetto che i sostenitori del “No” tendono a rimuovere quando invocano l’intangibilità dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, quasi che tali princìpi dovessero tradursi in una blindatura dell’operato del singolo magistrato -2. I numeri, in questo senso, parlano con una chiarezza scomoda. Tra il 2017 e il 2025, le persone che hanno ottenuto un risarcimento per ingiusta detenzione sono state seimilaquattrocentottantacinque, per un esborso da parte dello Stato di oltre duecentosettantotto milioni di euro. Nello stesso arco temporale, le azioni disciplinari avviate per negligenza o colpa grave nei confronti dei magistrati sono state novantatré: quarantanove di queste sono state archiviate senza nemmeno arrivare a un dibattimento, ventinove si sono concluse con un’assoluzione piena, nove con una semplice censura e solo una con il trasferimento ad altra sede. Il tasso di sanzioni effettive, rispetto ai casi di ingiustizia riconosciuti, si attesta sullo 0,15 per cento: una sanzione ogni seicentoquarantotto risarcimenti -2.
La domanda, allora, non è più soltanto retorica, ma diventa concreta e si incardina nel merito del quesito referendario: chi controlla, e come, coloro che dovrebbero controllare? Il caso Tortora, in quest’ottica, cessa di essere un semplice precedente storico per diventare la cartina di tornasole di un meccanismo che, allora come oggi, sembra garantire l’impunità a chi sbaglia, permettendo a chi ha commesso errori macroscopici di proseguire la propria carriera, di essere promosso e, in alcuni casi, di entrare negli stessi organi di autogoverno della magistratura -1-2. E non è un caso, d’altronde, che Corrado Augias, nel corso della trasmissione “La Torre di Babele”, abbia confessato a Gaia Tortora di essere stato sfiorato, all’epoca, da un dubbio: “Con tutto quel clamore, quell’accanimento, qualcosa ci deve essere”, ammise il giornalista, riconoscendo la potenza di una macchina mediatica e giudiziaria capace di plasmare il senso comune e di insinuare il sospetto anche negli animi più scettici -3. Una confessione che vale molto più di tante analisi, perché fotografa la capacità del sistema di autolegittimarsi agli occhi dell’opinione pubblica, rendendo impermeabile qualsiasi critica.
Il Consiglio Superiore e le correnti: una governance in discussione
Quando, nella primavera del 1986, il Partito Radicale insieme a socialisti e liberali raccolse le firme per i primi referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e sul sistema elettorale del Consiglio Superiore della Magistratura, lo fece partendo proprio da quei fatti: dalla constatazione che il Csm, allora come oggi, era governato con criteri spartitori che premiavano l’appartenenza correntizia a scapito della competenza e della capacità di autocorrezione -2. L’esito di quelle battaglie, almeno sul piano sostanziale, è sotto gli occhi di tutti: la disciplina sulla responsabilità civile venne scritta in modo tale da renderne di fatto impossibile l’applicazione, lasciando ai magistrati stessi il compito di legiferare sulla propria pelle -1. Oggi, a distanza di quarant’anni, ci si ritrova a discutere degli stessi identici nodi, con il Parlamento che ha approvato una riforma costituzionale che modifica gli articoli 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110 della Costituzione, introducendo, tra l’altro, il sorteggio per i membri togati del Csm e la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri -9.
Si dice, dai banchi del “No”, che la separazione non serva, che anzi rischi di rendere il pm un “superpoliziotto” succube dell’esecutivo, evocando scenari da terrore giudiziario che però, a leggere il testo della riforma, non trovano alcun riscontro normativo -10. Il testo parla espressamente di autonomia e indipendenza del pubblico ministero, e chi grida al rischio di una deriva autoritaria sembra dimenticare che l’attuale sistema, quello che ha prodotto il caso Tortora e i numeri sulle ingiuste detenzioni, è esattamente il sistema che si vuole preservare -10. Un sistema nel quale chi sbaglia non paga e, anzi, viene promosso, come dimostra l’ascesa dei pm dell’inchiesta napoletana. Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora e oggi presidente del comitato “Cittadini per il sì”, lo ripete senza mezzi termini: “L’errore giudiziario va prevenuto, non risarcito. Le cicatrici che lascia sono eterne” -10. E la prevenzione passa proprio dal rompere quel cordone ombelicale che tiene legati giudici e pm nella stessa carriera, alimentando quella “cultura del rativismo” che il presentatore, in una lettera indirizzata al procuratore Nicola Gratteri, indicò come la vera causa della sua tragedia -6.
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description: L'articolo analizza il legame tra l'affaire Tortora e l'attuale referendum sulla giustizia, soffermandosi sulle carriere dei magistrati coinvolti e sul dibattito sulla separazione delle funzioni.




