Referendum giustizia, il fantasma di Tortora torna a dividere la campagna per il voto
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La prima domenica di primavera, quella che segna il passaggio verso le giornate più lunghe e le passeggiate all’aria aperta tra i mercatini locali, coinciderà con l’ultimo atto della campagna referendaria sulla giustizia. In provincia di Alessandria, come in molte altre piazze italiane, Fratelli d’Italia ha scelto via Tortora – una coincidenza toponomastica che diventa simbolica – per chiudere le proprie iniziative a favore del Sì alla separazione delle carriere. Un luogo, quello intitolato al celebre conduttore genovese, che in queste settimane è tornato a essere epicentro di un dibattito feroce, dove la memoria del caso giudiziario più discusso della storia repubblicana viene rivendicata da entrambi gli schieramenti.
È stata Gaia Tortora, figlia di Enzo, a intervenire per sgombrare il campo da quelle che considera strumentalizzazioni indebite, in particolare dopo che l’attore Fabrizio Gifuni – straordinario interprete del padre nella serie “Portobello” diretta da Marco Bellocchio – aveva annunciato pubblicamente la sua intenzione di votare No. “Gifuni fa (strepitosamente bene) l’attore e vota giustamente ciò che vuole”, ha scritto Gaia Tortora sui social, ribadendo con nettezza un concetto personale e familiare: “Mio padre avrebbe votato Sì”. Una precisazione che arriva mentre la serie tv, andata in onda su HBO, riporta sugli schermi le dinamiche dell’arresto del 1983, quando Tortora fu strappato dal successo di “Portobello” per essere sbattuto in cella con l’accusa, rivelatasi poi infondata, di far parte della Nuova Camorra Organizzata.
Francesca Scopelliti, compagna di Tortora negli anni del calvario giudiziario e oggi presidente della fondazione a lui intitolata, ha portato quella stessa memoria al centro del comizio per il Sì, legandola indissolubilmente al quesito referendario. “Enzo Tortora è morto di malagiustizia”, ha affermato in una delle ultime uscite pubbliche, raccogliendo l’eredità di quelle parole pronunciate il giorno dell’arresto – quando parlò di una “bomba al cobalto” esplosa dentro di lui – per denunciare quella che definisce l’unicità dannosa delle carriere. “Quando fu arrestato – ha ricordato – non sapeva nemmeno chi fosse il suo accusatore. È morto a maggio del 1988, ma non prima di aver capito che la riforma è l’unica strada”. Il riferimento corre al sistema processuale di allora, descritto come un meccanismo kafkiano in cui l’imputato scopriva le accuse solo a processo iniziato, una deriva che secondo i sostenitori del Sì la separazione delle funzioni potrebbe contribuire a scongiurare.
A complicare il quadro politico di queste ultime ore di campagna, però, non è solo l’eco della vicenda Tortora. Sulla coalizione di governo pesa l’ombra delle polemiche che avvolgono il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, principale sostenitore della riforma Nordio insieme al ministro. Delmastro si trova al centro di un’inchiesta giornalistica riguardante vecchie frequentazioni d’affari con soggetti legati a un clan romano: una foto che lo ritrae assieme al padre di una sua ex socia, Mauro Caroccia, poi condannato per riciclaggio, ha alimentato la pressione delle opposizioni, che ne chiedono le dimissioni a pochi giorni dal voto. Il sottosegretario, che già in passato era stato coinvolto in polemiche per la vicenda Cospito, si è difeso sostenendo di essere uscito dalla società non appena emersi i precedenti del socio, ma la sua presenza al comizio di chiusura di Novara è stata accolta da contestazioni sonore con striscioni e megafoni.




