Il fantasma di Enzo Tortora nel referendum, tra l’impegno di Francesca Scopelliti e il “no” di Fabrizio Gifuni
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A Roma, dinanzi a quel Palazzaccio di Piazza Cavour che di processi e di sentenze è il tempio laico, la battaglia per il referendum sulla giustizia ha rivisto sventolare il volto di Enzo Tortora. Non è una suggestione, né una trovata pubblicitaria: è la presenza fisica di Francesca Scopelliti, la donna che fu la sua compagna e che da lui, prima che morisse, ricevette un mandato preciso, quello di portare avanti una crociata per una giustizia che fosse davvero giusta. La Scopelliti, che di quella vicenda ha vissuto sulla pelle l’angoscia e l’umiliazione, è tornata in prima linea, partecipando a maratone oratorie e confronti televisivi, come quello andato in onda su CR1 dove ha incrociato le argomentazioni di Marco Ladu, professore associato di diritto costituzionale all’Università eCampus e voce del comitato territoriale “Giusto dire no” di Brescia. Lei, con addosso una maglia che ritrae il sorriso del conduttore di “Portobello”, spiega che la separazione delle carriere – l’oggetto del quesito referendario – è esattamente lo strumento per evitare che si ripeta l’incubo che lui visse: un giudice che non sia complice del pubblico ministero, ma terzo, imparziale, capace di coltivare quel dubbio che avrebbe potuto spezzare le catene di un errore giudiziario prima che diventasse una tragedia.
Se da un lato la memoria di Tortora viene issata come bandiera dal fronte del “Sì”, dall’altro lato dello schieramento si consuma quella che per molti appare come una paradossale beffa postuma. Fabrizio Gifuni, l’attore che nella serie televisiva “Portobello” diretta da Marco Bellocchio ha vestito i panni del presentatore, ricostruendo con intensità la sua odissea giudiziaria, ha annunciato che al referendum voterà “No”. La notizia, riportata con una certa stizza da chi vede in Tortora un simbolo della riforma, ha sollevato piú di un sopracciglio. Gifuni, attraverso i social, ha voluto chiarire la sua posizione, spiegando che a suo avviso il cuore della riforma non è affatto la separazione delle carriere – che lui considera un principio già di fatto esistente nell’ordinamento – ma un disegno politico ben piú ambizioso e, ai suoi occhi, preoccupante: l’indebolimento del Consiglio Superiore della Magistratura. L’attore, insomma, scinde il piano dell’interpretazione artistica da quello della coscienza civile, rifiutando l’idea che il suo Tortora possa essere strumentalizzato per una battaglia che lui, personalmente, non condivide.
La questione, inevitabilmente, assume i contorni di un cortocircuito narrativo. Da una parte c’è chi, come la Scopelliti, quella tragedia l’ha respirata in cella, nelle aule di tribunale, negli anni di piombo giudiziario, e vede nel “Sì” l’unica via per onorare la memoria del suo Enzo. Dall’altra c’è chi, come Gifuni, quella stessa tragedia l’ha studiata, interpretata e restituita al pubblico con una performance che ha commosso il paese, ma che da essa trae una lettura politica opposta. E in mezzo, a complicare ulteriormente il quadro, ci si mette anche Michele Placido. L’attore, intervistato, ha giocato un po’ a nascondino con il suo voto, citando il segreto dell’urna e l’appello del presidente della Repubblica ad abbassare i toni, ma ha lasciato cadere un indizio non da poco: ha ricordato di aver interpretato Giovanni Falcone e di sapere bene che il giudice ucciso dalla mafia era per la separazione delle carriere. E a chi gli chiedeva se Falcone avesse ragione, Placido ha risposto senza esitazione: “Sí”. Un’ammissione che, per quanto non vincoli il voto nella cabina, disegna una geografia di adesioni e rifiuti che attraversa trasversalmente il mondo della cultura e dello spettacolo.




