La “toga-crazia” e i suoi fantasmi: Tortora, Craxi, Berlusconi e il referendum che non potranno votare
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Redazione Interno
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Si interroga l’opinione pubblica, in queste settimane che ci separano dalla consultazione sulla riforma della giustizia, su come orientare il proprio voto. E in questo dibattito, che si fa talvolta acceso e persino fazioso, affiora lo spettro di tre uomini la cui esistenza è stata segnata, e in due casi distrutta, da quello che qualcuno ha definito l’accozzaglia del pubblico accusatore e del giudice che la sentenza la emette, spesso appartenenti alla medesima corrente politica di categoria, se non alla stessa famiglia culturale. Il riferimento corre a Enzo Tortora, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. Tre storie diverse, tre destini incrociati da un comune denominatore: un’accusa che diventa sentenza ancor prima del processo, una gogna mediatica che non concede appelli, una vita privata e pubblica fatta a pezzi da un meccanismo giudiziario che, per usare un eufemismo, talvolta si inceppa. Ma la domanda che serpeggia tra i banchi del Parlamento e nelle aule dei tribunali è una sola: loro, oggi, come voterebbero?
L’affaire Tortora e la fisiologia dell’errore (che nessuno ripaga)
La vicenda di Enzo Tortora, il conduttore televisivo simbolo del sorriso italiano, resta impressa nella memoria collettiva come il paradigma dell’errore giudiziario. Arrestato nel 1983 con l’accusa infamante di essere un camorrista e un trafficante di droga, si è visto strappare via la carriera, la dignità e quasi la vita, trascorrendo mesi in cella sulla base delle dichiarazioni di pentiti che, come la Cassazione avrebbe poi stabilito, si erano inventati tutto. Lui, che era un avvocato prima che un conduttore, conosceva bene il peso della toga. Eppure, come ha recentemente ricordato il ministro Carlo Nordio, in quella vicenda non ci fu solo l’errore fisiologico che può capitare a un pubblico ministero, ma un accanimento dettato da ottusità, quando non da peggiore cattiva fede. E non si trattò di un caso isolato: coinvolse circa ottocento persone, tra cui il cantante Franco Califano, e centinaia furono le omonimie finite in carcere preventivo. Una carneficina processuale, quella, che ha portato all’istituzione di una Giornata nazionale in memoria delle vittime di errori giudiziari, proprio il 17 giugno, data dell’arresto di Tortora. Eppure, nonostante i risarcimenti – lo Stato spende ogni anno milioni di euro – e nonostante le scuse, rimane il dato inconfutabile che per questi errori, nessuno, o quasi, paga in termini di carriera.
Il “processo politico artificiale” e il caso Craxi
Se per Tortora l’accusa era palesemente inventata, il caso di Bettino Craxi è più complesso e sfumato, ma non meno drammatico. Il leader socialista, morto in esilio ad Hammamet, è stato il bersaglio principale dell’inchiesta Mani Pulite. I sostenitori del Sì al referendum sulla separazione delle carriere guardano alla sua vicenda come all’esempio di come un’accusa possa diventare un martello per distruggere un avversario politico. Analizzando le carte processuali, come fatto nel libro “Damnatio memoriae”, emergono dettagli inquietanti: sentenze di condanna basate su testimonianze di coimputati che avevano tutto l’interesse a mentire, dichiarazioni raccolte senza il contraddittorio della difesa e, in alcuni casi, l’utilizzo di argomentazioni logiche per sopperire alla mancanza di prove, come in quel passaggio surreale in cui la corte d’Appello, pur ammettendo che non risultava Craxi avesse ricevuto tangenti, lo condannava lo stesso, definendo la mancanza di prove come un mero dato “estetico”. Si è trattato, per utilizzare una categoria della scienza politica, di un “processo politico artificiale”, in cui l’opinione pubblica, aizzata dai media, diventa parte attiva, decretando la colpevolezza ancor prima del verdetto. Ecco, allora, che il quesito referendario sulla separazione delle carriere tocca un nervo scoperto: separare chi indaga da chi giudica servirebbe forse a evitare che un pm, forte della propria popolarità, possa influenzare il giudice?
Berlusconi e la riforma come “rivincita”
E poi c’è Silvio Berlusconi. Lui, che non ha patito il carcere ma una damnatio mediatica e giudiziaria costante, durata per tutti i trent’anni della sua discesa in campo. Il fondatore di Forza Italia ha sempre fatto della riforma della giustizia, e in particolare della separazione delle carriere, il suo cavallo di battaglia. Per lui, quella che oggi è legge costituzionale approvata dal Parlamento e sottoposta a referendum confermativo, rappresenta una sorta di risarcimento postumo. Una rivincita contro quella che chiamava la “togocrazia” e che, a suo dire, ha tentato di eliminarlo dalla scena politica attraverso processi e avvisi di garanzia. La riforma, che modifica ben sette articoli della Costituzione, introduce due Consigli superiori distinti per giudici e pm, concorsi separati e l’incompatibilità del passaggio da una funzione all’altra. I suoi avversari, come l’Associazione Nazionale Magistrati, gridano al pericolo di un pm debole e isolato, sottoposto a possibili influenze dell’esecutivo; ma i suoi sostenitori, e tra questi gran parte dell’avvocatura, replicano che solo così si garantisce la terzietà del giudice, quella terzietà che nei processi a carico dei cosiddetti “tre grandi” è spesso mancata.
Ora che il referendum è stato fissato per il 22 e 23 marzo, e il quesito è stato riscritto per specificare gli articoli della Costituzione oggetto di modifica, il Paese è chiamato a decidere -5. E mentre i comitati per il Sì e per il No si affrontano a colpi di argomentazioni tecniche, il fantasma di Tortora, di Craxi e di Berlusconi aleggia silenzioso sulle schede. Il primo aspetta giustizia da oltre quarant’anni; il secondo è morto lontano dall’Italia che amava; il terzo non ha fatto in tempo a vedere approvata la sua riforma. Tre storie che, al di là del voto, restano lì a ricordare quanto il rapporto tra il cittadino e la giustizia, in Italia, sia stato spesso un rapporto di sfiducia e di dolore.




