Referendum giustizia, il duello tra Nordio e Conte si infiamma a Palermo: "Pm impreparati", "Volete una toga addomesticata"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il confronto, organizzato dalla Fondazione Lauro Chiazzese a Villa Igiea, doveva servire a illustrare ai cittadini le ragioni del voto referendario del 22 e 23 marzo, ma si è trasformato in un serrato botta e risposta tra il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, con le rispettive visioni della riforma costituzionale che emergevano in tutta la loro distanza. Il Guardasigilli, forte dei suoi quarant'anni in magistratura, ha scelto un angolo d'attacco inedito per difendere la separazione delle carriere: non tanto l'autonomia della funzione giudicante, quanto l'inadeguatezza professionale degli stessi pubblici ministeri. "I pm non sono preparati a dirigere la polizia giudiziaria", ha esordito Nordio, specificando però di non voler togliere loro la gestione degli investigatori – come invece sembra suggerire il collega di partito e vicepremier Antonio Tajani – ma anzi, di volerla rendere più efficace. La sua tesi, sviluppata con l'eloquio tagliente che lo contraddistingue, è che l'attuale sistema, formando magistrati con una presunta "cultura della giurisdizione" che li vorrebbe insieme giudici e accusatori, produca in realtà professionisti impreparati al momento in cui, appena ventiseienni e freschi di concorso, si trovano a dover dirigere un colonnello dei Carabinieri. "Non esiste una scuola di criminologia o di tecnica delle indagini", ha argomentato il ministro, sostenendo che la creazione di due distinti Consigli superiori, uno per i giudici e uno per i pm, favorirebbe una specializzazione tale da colmare questa lacuna, senza per questo violare il dettato costituzionale che vuole il pm a capo della polizia giudiziaria.

“Nessun confronto in Parlamento, ora promettete tavoli futuri”

La replica dell'ex presidente del Consiglio non si è fatta attendere, spostando il baricentro del contendere dal merito tecnico della preparazione dei magistrati al metodo con cui la riforma è stata confezionata. Conte ha incalzato Nordio partendo proprio da un passaggio del suo intervento, in cui il ministro prometteva l'apertura di "un tavolo di confronto con l'avvocatura, la magistratura e il mondo accademico" per i decreti attuativi, nel giorno successivo a una vittoria del Sì. "Ma perché non lo avete fatto prima?", ha domandato retoricamente il leader pentastellato, accusando il governo di aver "blindato" il provvedimento in Parlamento e di aver "mortificato" il ruolo delle Camere, impedendo ogni discussione con le opposizioni. L'accusa di Conte è precisa e politica: la maggioranza avrebbe voluto imporre il testo senza modifiche, e solo ora, a ridosso del voto, parla di confronto per illudere gli elettori. Un passaggio, questo, che ha toccato uno dei nervi scoperti del dibattito, ovvero la legittimità stessa di un iter legislativo che molti critici, tra cui numerosi costituzionalisti, hanno definito frettoloso e poco partecipato -3.

“Un disegno di politica criminale” e il sospetto della “giustizia addomesticata”

L'ex premier, citando alcuni provvedimenti dell'esecutivo, ha allargato il tiro per delineare quella che ritiene essere una strategia complessiva del governo in materia penale. "State realizzando un disegno di politica criminale sin dall'inizio", ha scandito Conte, ricordando le modifiche alla legge sui rave party, l'eliminazione dell'abuso d'ufficio, il ridimensionamento del traffico di influenze illecite e la "crociata" del ministro Nordio contro le intercettazioni. Una sequenza legislativa che, agli occhi del Movimento 5 Stelle, disegna un quadro chiaro: non una riforma per efficientare la giustizia, ma un tentativo di ridimensionare il potere dell'accusa. Da qui l'affondo più duro, quando Conte ha rigirato contro il ministro le sue stesse parole sull'opportunità di superare una giustizia disciplinare "domestica". "Voi non volete una giustizia domestica", ha tuonato l'avvocato, "voi volete una giustizia addomesticata". Un'espressione, quest'ultima, che sintetizza la visione dei detrattori della riforma, per i quali la separazione delle carriere e lo sdoppiamento del Csm non sarebbero altro che lo strumento per sottomettere la magistratura requirente al volere della politica. Conte ha portato a sostegno della sua tesi esempi concreti, citando il mancato passo indietro di alcuni esponenti dell'esecutivo coinvolti in vicende giudiziarie e, soprattutto, il caso dell'ex pm Luca Palamara: "Nel sistema delle correnti", ha ricordato l'ex premier, "sono stati radiati magistrati, mentre i politici coinvolti sono stati scudati dal Parlamento".

La difesa del ministro e la teoria della “impreparazione”

Nordio, dal canto suo, ha respinto al mittente le accuse di Conte, liquidando le critiche dell'opposizione come "polemiche sterili" e "slogan astratti", privi di fondamento giuridico o costituzionale. La sua difesa della riforma si è ancorata a una visione quasi tecnocratica del problema: separare le carriere, a suo dire, non significa indebolire l'accusa, ma anzi potenziarla, trasformando il magistrato requirente in un vero e proprio "direttore d'indagine" specializzato. Una posizione, la sua, che cerca di smarcarsi dalle posizioni più estreme della sua stessa maggioranza – come quella di Tajani, che sembra voler limitare il potere del pm – per proporre invece un modello in cui la separazione diventi un valore aggiunto in termini di competenza. Il richiamo alla propria lunga esperienza in magistratura è servito al ministro per blindarsi contro le critiche di chi lo accusa di voler spianare la strada a un'accusa debole: "So di cosa parlo", ha detto in sostanza, rivendicando di aver toccato un tasto, quello della preparazione professionale, che nessuno prima aveva osato sollevare. Un tentativo, il suo, di riportare il confronto su un binario meno ideologico e più pragmatico, anche se l'eco delle polemiche delle settimane scorse, quando parlò di "strumento para-mafioso" per descrivere le correnti del Csm -8, ha continuato a gravare sull'atmosfera del dibattito palermitano.

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