La lezione di Gaia Tortora a Di Matteo: "Non perdono chi ha perseguitato mio padre"
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Redazione Interno
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L’eco di una ferita che non si è mai rimarginata torna a farsi sentire, e lo fa con la voce di chi quella ferita l’ha vista da vicino, sulla pelle di un padre. Gaia Tortora, giornalista e oggi figura di spicco tra i sostenitori del Sì al referendum costituzionale sulla giustizia, ha risposto a distanza al magistrato Nino Di Matteo con parole che pesano come macigni, riportando il dibattito referendario a una dimensione intima e drammaticamente concreta. Al centro della replica, un post pubblicato su X che non lascia spazio a fraintendimenti: l’attacco di Di Matteo, il quale aveva ipotizzato che massoni e mafiosi avrebbero votato Sì, viene ricondotto a un preciso e doloroso precedente storico. Gaia Tortora, infatti, vede in quelle dichiarazioni la stessa “cultura del diritto e del rispetto” – o meglio, l’assenza di essa – che portò un altro pm, decenni fa, a sostenere che suo padre, Enzo Tortora, fosse stato eletto al Parlamento europeo grazie ai voti della camorra. Un’analogia che non è solo retorica, ma il segno di una continuità culturale che, agli occhi della figlia del conduttore di Portobello, appare inaccettabile e profondamente grave.
Il fantasma di un’inchiesta e il peso di un paragone
La memoria corre inevitabilmente agli anni Ottanta, a quella notte di giugno del 1983 quando Enzo Tortora, volto amato dalla televisione italiana, fu arrestato con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti. Un’accusa che si rivelò ben presto un castello di carte fondato sulle dichiarazioni di pentiti inattendibili, e che costò al presentatore mesi di carcere, la devastazione della reputazione e, secondo molti, la vita stessa, stroncata da un male pochi anni dopo la piena assoluzione in Cassazione. Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora e da sempre in prima linea nella battaglia per la riforma, aveva già avuto modo di ribadire come la sua storia rappresenti il paradigma della malagiustizia, un “orrore giudiziario” che non può essere archiviato come un semplice errore. Ed è proprio su questo crinale che si innesta la polemica odierna: quando Di Matteo, durante la presentazione del libro di Marco Travaglio, accosta il caso Tortora ad altre vicende giudiziarie come quella di Garlasco, sostenendo che “bombardare” su certi esempi serva a delegittimare la magistratura – cosa che, a suo dire, farebbe comodo alla mafia – il cerchio si chiude. Per Gaia Tortora, quell’accostamento e quella lettura politica suonano come una riproposizione del medesimo teorema che giustificò la persecuzione giudiziaria di suo padre.
Le macerie lasciate da una certa cultura giudiziaria
A osservare il quadro generale, viene da pensare che il conflitto in atto sia anche lo scontro tra due modi opposti di intendere il ruolo del pm e la sua relazione con il potere e con i cittadini. Se Di Matteo e Nicola Gratteri, pur con ruoli e storie diverse, vengono oggi accusati dai sostenitori del Sì di rappresentare un’ala della magistratura poco incline all’autocritica e alla riforma, è perché dietro di loro si staglia un’eredità complicata. Non si tratta solo delle dichiarazioni sull’esito del voto referendario, ma di un modus operandi che, secondo i critici, avrebbe lasciato sul campo un “gran cumulo di macerie” – umane, prima ancora che processuali. La stessa Scopelliti ha più volte distinto tra una “magistratura di giustizia”, capace di riconoscere l’errore come fece il giudice Michele Morello in appello, e una “magistratura di potere”, sorda alle prove e arroccata nelle proprie convinzioni. In questo senso, l’affondo di Gaia Tortora non è solo la reazione di una figlia, ma la constatazione che, nonostante il tempo passato e le sentenze di assoluzione, per alcune procure la lezione non sia stata ancora appresa.
La memoria di Enzo Tortora e il significato del voto
Il riferimento al referendum diventa, in questo contesto, quasi consequenziale. Se Gaia Tortora è oggi una delle voci più autorevoli del Sì, lo è proprio perché la storia di suo padre incarna, agli occhi di molti, la necessità di un cambiamento profondo. La separazione delle carriere, il nuovo sistema di elezione del Csm, la fine del correntismo sono tutti punti della riforma che, per i familiari delle vittime della “cattiva giustizia”, rappresentano altrettanti argini contro il ripetersi di certi abusi. Francesca Scopelliti, del resto, non ha mai smesso di ripetere che andrà a votare con la foto di Enzo Tortora, perché quella battaglia, iniziata oltre quarant’anni fa, aspetta ancora una risposta definitiva dalla politica e dal Paese. Le parole di Di Matteo, nel suo intervento pubblico, hanno avuto l’effetto di riaprire una ferita e di riportare l’attenzione sul fatto che, per molte persone, la riforma in discussione non è una questione astratta di equilibri costituzionali, ma l’estrema possibilità di dare un senso a un dolore ingiustamente subito.




