«Portobello» di Bellocchio, la serie sul caso Tortora e la presa di distanza dal referendum sulla giustizia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’immagine che Marco Bellocchio dice di avere ancora fissa nella mente, e dalla quale dichiara di essere partito per costruire l’intera architettura narrativa di «Portobello», è quella dello stupore. È lo stupore di Enzo Tortora, interpretato da Fabrizio Gifuni con un lavoro di sottrazione che ne restituisce la rigidità morale e la fierezza, nell’attimo in cui varca l’ingresso della caserma di via in Selci a Roma e si ritrova davanti, invece della promessa uscita secondaria e senza manette, una selva di fotografi e operatori Rai già posizionati -1-3. Quel coordinamento quasi coreografico dei media, quella regia implicita della notizia, è il nucleo da cui il regista ottantaseienne ha sviluppato una serie in sei episodi – prima produzione originale italiana di HBO Max, al debutto il 20 febbraio – che non si limita alla ricostruzione biografica del popolare conduttore, ma tenta una psicanalisi collettiva dell’Italia degli anni Ottanta -10.

La genesi del progetto, come è stato ricordato durante la conferenza stampa romana cui hanno preso parte il regista e gran parte del cast, risale a un periodo antecedente alla convocazione del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, quesito per il quale gli italiani sono chiamati alle urne il 20 e 21 marzo. Bellocchio è stato esplicito nel respingere ogni possibile lettura che associ la serie alla campagna referendaria: la definisce una «sfortunata coincidenza», l’uscita a ridosso di quella consultazione, e sottolinea come l’opera sia stata concepita due anni fa, quando della riforma costituzionale non si parlava ancora nei termini attuali -1-7. La precisazione è netta e arriva dopo che, in più interventi pubblici, alcuni commentatori avevano ipotizzato un uso politico dell’uscita; lo stesso Gifuni ha aggiunto che il timore del gruppo di lavoro era semmai quello di vedere la serie strumentalizzata da una delle due parti in causa, depotenziandone la complessità.

Tuttavia, l’autonomia artistica rivendicata da Bellocchio non impedisce alla materia narrativa di intrecciarsi, per forza propria, con i nodi irrisolti della giustizia italiana. La vicenda di Tortora – 271 giorni di carcere preventivo, una condanna in primo grado a dieci anni per associazione camorristica e traffico di stupefacenti, infine l’assoluzione piena il 15 settembre 1986 – contiene già in sé tutti gli elementi che decenni dopo alimentano il dibattito pubblico: l’uso distorto del pentitismo, la credibilità accordata a fonti fragilissime come Giovanni Pandico, l’incapacità del sistema di arrestare il proprio errore -1-8. Lino Musella, che presta il volto a quel Pandico mitomane e «tragicomico» – definizione dello stesso attore –, ne ha descritto il meccanismo come una forma di invidia trasformatasi in riscatto sociale attraverso la parola accusatoria: un meccanismo, ha aggiunto, che oggi troverebbe nei social network il suo amplificatore naturale -10.

Il teatro doppio: da Portobello all’aula bunker

La cifra stilistica che Bellocchio imprime alla serie è quella del teatro dentro il teatro. Da un lato c’è lo studio televisivo di «Portobello», con i suoi colori caldi, il pappagallo – divenuto inconsapevole simbolo di leggerezza nazionale – e la folla di concorrenti alla ricerca di baratto e visibilità; dall’altro lato, le aule di giustizia, gli interrogatori, la cella di Regina Coeli. In entrambi gli spazi si recita, ma con conseguenze diametralmente opposte. Se nello studio di viale Mazzini Tortora è il «primo attore» in grado di orchestrare il varietà, nelle aule bunker napoletane diventa comparsa di una messinscena i cui copioni gli sono preclusi e le cui battute gli vengono attribuite da voci che non riconosce -10.

Il regista, attraverso i lunghi dialoghi giudiziari e i silenzi dell’imputato, riporta in superficie una domanda che non ha smesso di interrogare la coscienza civile: come sia stato possibile che, per anni, un’intera struttura giudiziaria abbia preferito perseverare nell’accusa piuttosto che riconoscere un palese errore. A porsi questa domanda è, nella serie, anche il personaggio del giudice istruttore Diego Marmo – interpretato da Fausto Russo Alesi – il cui dubbio arriva tardi, quando la macchina del processo è già in moto da troppo tempo e fermarla significherebbe ammettere una responsabilità che il sistema non è disposto a sopportare -10.

Un isolamento sociale prima che giudiziario

La ricostruzione di Bellocchio insiste particolarmente sulla dimensione dell’abbandono. Fabrizio Gifuni, nei panni di Tortora, ha più volte rimarcato come il conduttore fosse un uomo «fieramente laico» in un Paese di fitta intermediazione politica e democristiana, un liberale senza partito né appartenenze massoniche, refrattario a quel meccanismo di ammiccamento al pubblico che invece – come notò all’epoca e come Gifuni ha ricordato – consentiva a colleghi quali Mike Bongiorno, Corrado o Pippo Baudo di farsi perdonare anche le gaffe -3. Quella mancanza di protezione, quel non essere «di nessuna chiesa», lo rese bersaglio facile: quando il nome uscì dalle dichiarazioni dei pentiti, pochi si esposero in sua difesa. Tra questi, Enzo Biagi e Leonardo Sciascia; molti altri giornalisti, anche di livello, lasciarono intendere che un arresto così clamoroso non poteva essere del tutto infondato -1.

L’ostilità, ha spiegato Gifuni, non era soltanto nei confronti dell’uomo, ma del suo successo solitario, della sua apparente freddezza, della capacità di tenere 28 milioni di italiani davanti al televisore senza mai usare il registro della complicità affettiva. Bellocchio, che all’epoca ammette di non avere compreso Tortora e di essergli rimasto sostanzialmente indifferente, confessa oggi di essersi interrogato su quel pregiudizio diffuso, sulla facilità con cui anche intellettuali progressisti accettarono l’ipotesi di una colpa non dimostrata -1.

Il ritorno e il dettaglio della data

Non è casuale, come hanno tenuto a precisare Laura Carafoli di HBO e lo stesso Bellocchio, la scelta del 20 febbraio per il debutto della serie. In quella data del 1987, infatti, Enzo Tortora tornò alla guida di «Portobello» dopo la piena assoluzione e pronunciò la celeberrima battuta «Dove eravamo rimasti?», rivolta a un pubblico che, per quasi quattro anni, aveva assistito alla sua pubblica umiliazione -1-10. Quella domanda, leggera nella forma e tragica nella sostanza, suggellava il tentativo di riprendere il filo di un’esistenza spezzata. Lo stesso tentativo, a quasi quarant’anni di distanza, compie oggi la serie di Bellocchio: riavvolgere il nastro, guardare con gli occhi di adesso a quel groviglio di televisione, diritto e opinione pubblica, senza offrire facili assoluzioni né chiedere vendetta postuma.

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