Portobello, il racconto di Marco Bellocchio sull'odissea giudiziaria di Enzo Tortora

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il trailer ufficiale, diffuso oggi, riporta con immediatezza alla televisione che univa un'intera nazione, quella degli anni Ottanta, quando le luci dello studio e il rapporto con il pubblico in prima serata costruivano personaggi di straordinaria popolarità. In quella stessa luce, come mostra la serie "Portobello" di Marco Bellocello, si consumò poi una drammatica caduta. La vicenda del presentatore Enzo Tortora, interpretato da Fabrizio Gifuni, non è infatti una semplice ricostruzione biografica ma il ritratto di un'epoca in cui la fama televisiva, divenuta improvvisamente ingombrante, si trasformò nel bersaglio di un meccanismo giudiziario distorto. La serie, presentata alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e prima produzione italiana HBO Original, sarà interamente disponibile sulla nuova piattaforma HBO Max a partire dal prossimo 20 febbraio, proponendosi non come un'operazione nostalgica ma come un'indagine necessaria.

Dalla tv al tribunale, la storia che diventa Storia

La forza della narrazione, come lascia intendere il trailer, sta nel suo sguardo duplice, capace di mostrare sia il personaggio pubblico sia l'uomo travolto da eventi più grandi di lui. La frase «Big Ben ha detto stop», pronunciata dallo stesso Tortora in un celebre servizio, cessa di essere un semplice tormentone per diventare, nel contesto della serie, un'eco amara di un sistema che invece non seppe fermarsi in tempo. Bellocchio, regista da sempre attratto dalle zone d'ombra del potere e delle istituzioni, affronta la materia senza retorica, concentrandosi sui passaggi burocratici, sulle inchieste e sulle pieghe di un processo che assunse toni da caccia alle streghe, finendo per trascendere la singola persona. Il costume di scena, in questa prospettiva, cede il passo al Costume sociale, rivelando tensioni e paure di un'Italia che stava vivendo profonde trasformazioni.

Un'indagine che va oltre la cronaca nera

La trattazione degli aspetti legati all'accusa di associazione mafiosa, elemento centrale della vicenda, viene gestita con rigore e rispetto, evitando qualsiasi scivolamento nel sensazionalismo. L'attenzione si sposta, piuttosto, sui dettagli procedurali e sull'evoluzione dell'istruttoria, seguendo il percorso che portò a un errore giudiziario divenuto emblematico. La ricostruzione degli ambienti, dalle aule dei tribunali agli interni domestici, serve a dare a una storia che è prima di tutto umana, prima ancora che giudiziaria. Senza bisogno di forzare il parallelismo, lo spettatore è portato a riflettere sul perenne conflitto tra la spettacolarizzazione di un fatto e la sua verità processuale, un tema che, pur radicato in un'epoca precisa, mantiene una sconcertante attualità.

La forma di un'opera necessaria

La scelta di realizzare una serie televisiva, piuttosto che un film, si rivela funzionale alla complessità della materia, permettendo di dedicare il giusto spazio sia alla costruzione del personaggio pubblico sia alla lenta e devastante macchina giudiziaria. La presenza di HBO Max come piattaforma distributiva segna un passaggio importante per il panorama produttivo italiano, indicando una possibile via per progetti di ampio respiro e ambizione internazionale. L'operazione, nel suo insieme, si regge sulla capacità di unire il rigore della ricostruzione storica alla potenza di un dramma personale, restituendo alla vicenda di Tortora la sua dimensione di parabola tragica e collettiva. Il tutto, affidando a un interprete di razza come Fabrizio Gifuni il compito di dare volto e anima a un uoso la cui storia, al di là dei ricordi personali di ciascuno, appartiene ormai alla memoria del Paese.

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