Portobello, il dramma di Tortora nella serie di Bellocchio che ricostruisce l’orrore giudiziario

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Da oggi, venti febbraio duemilaventisei, gli abbonati alla piattaforma Hbo Max possono finalmente vedere Portobello, l’attesa miniserie diretta da Marco Bellocchio che ricostruisce la vicenda umana e giudiziaria di Enzo Tortora. Presentata in anteprima alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, l’opera — suddivisa in sei episodi della durata di un’ora ciascuno — non si limita a raccontare la carriera del celebre conduttore, quello stesso che dal millecentosettantasette fino al millecentosettantotto e poi ancora fino al millecentosettantatré, e comunque per sette edizioni, aveva incollato davanti al video fino a ventotto milioni di spettatori con il suo mercatino del venerdì sera, ma si addentra nelle pieghe di un’indagine che portò all’arresto di un innocente. Il regista piacentino, che aveva già affrontato il tema del potere e della sua deriva in Esterno notte dedicato ad Aldo Moro, si concentra qui sullo stupore di quell’uomo, Tortora, interpretato da un magistrale Fabrizio Gifuni, che la notte del diciassette giugno millenovecentottantatré si vide bussare alla porta della sua stanza d’albergo a Roma dai carabinieri, convinto inizmente di essere vittima di un errore, salvo poi sprofondare in un incubo durato anni -1.

La genesi di una calunnia e l’inizio dell’incubo

Il meccanismo che innescò la tragedia prese le mosse dalle carceri dove era detenuta la crème della Nuova Camorra Organizzata, l’organizzazione di Raffaele Cutolo. Fu Giovanni Pandico — personaggio ambiguo e spettatore assiduo del programma, interpretato nella serie da Lino Musella con una intensità che ne restituisce l’invidia sociale e il desiderio di protagonismo — a fare il nome di Enzo Tortora durante un interrogatorio come pentito -1. A lui si aggiunsero in seguito altri pregiudicati, tra cui Pasquale Barra e Giovanni Melluso, e in totale furono una diciannina i collaboratori di giustizia che caricarono il conduttore di accuse gravissime: traffico di stupefacenti e associazione di tipo camorristico -4. Nonostante l’assoluta mancanza di prove concrete — l’unico elemento indiziario, un numero di telefono riconducibile non a Tortora ma a un certo Tortona, si rivelò subito una bolla di sapone — la macchina giudiziaria non si fermò, anzi, partì in quarta -7. I magistrati inquirenti, alcuni dei quali ritratti da Bellocchio con una certa rigidità ottusa, credettero a quelle dichiarazioni, e per il conduttore genovese, che proprio in quei giorni era stato nominato Commendatore della Repubblica dal presidente Pertini, si spalancarono le porte di Regina Coeli -6.

La detenzione, il processo e la lenta agonia

Tortora rimase in cella sette mesi, subendo il trauma di una detenzione che lui, uomo elegante e abituato ai riflettori, visse con sgomento e con la consapevolezza di essere finito in una trappola più grande di lui. Uscito dal carcere solo ai domiciliari, venne eletto nel frattempo deputato europeo con le liste del Partito Radicale, un mandato che gli consentì una parziale libertà ma non gli evitò il processo. Nel millecentottantacinque, in primo grado, arrivò la condanna a dieci anni di reclusione, una sentenza che gelò il Paese e che parve suggellare la versione dei pentiti -2. Solo un anno più tardi, la Corte d’Appello di Napoli ribaltò tutto, assolvendolo con formula piena: «per non aver commesso il fatto». La Cassazione confermò l’assoluzione definitiva il diciassette giugno millenovecentottantasette, esattamente quattro anni dopo quell’arresto, ma per Tortora la battaglia era costata cara, e la salute, minata dallo stress e dalla detenzione, non gli avrebbe concesso molto altro tempo -7. Morì di tumore ai polmoni il diciotto maggio dell’anno successivo, a soli cinquantanove anni -4.

L’occhio di Bellocchio sulla messinscena mediatica

Quello che Bellocchio mette in scena con la consueta maestria, avvalendosi di una sceneggiatura scritta con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, non è soltanto il resoconto cronachistico di un errore giudiziario, ma l’analisi di come si costruì, attorno alla figura di Tortora, una vera e propria regia dell’umiliazione -6. Il regista ha ricordato in conferenza stampa come i carabinieri, quella notte, fecero attendere il conduttore in caserma per farlo uscire proprio nel momento in cui c’erano più telecamere, quelle stesse della Rai per cui lavorava, creando un’immagine — Tortora ammanettato tra due militari — che fece il giro d’Italia e contribuì a formare un immaginario collettivo di colpevolezza -1. Gifuni, dal canto suo, ha spiegato di aver cercato di rendere la complessità di un uomo fiero e laico, che non aveva la furbizia di altri colleghi come Mike Bongiorno o Corrado, e che proprio per questo si trovò solo di fronte a un’Italia che, in molti, lo aspettavano al varco per vederlo cadere -1.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.