Portobello, l'incubo di Tortora rivive nella serie di Bellocchio tra gogna mediatica e solitudine del detenuto eccellente

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’era una volta, nella stagione dei panini al taleggio consumati davanti alla tv e del monopolio quasi assoluto della Rai, un programma che catalizzava l’attenzione di 28 milioni di italiani. Quella cifra, oggi inimmaginabile se non per eventi sportivi o sanremesi, rappresentava un pezzo di paese che ogni venerdì sera si ritrovava incollata allo schermo per seguire le aste bizzarre, i personaggi grotteschi, la magia naif di un pappagallo che qualcuno riusciva a far parlare. Era «Portobello», e al timone di quella macchina del consenso popolare c’era Enzo Tortora, giornalista genovese dal garbo signorile e dalla battuta mai volgare, un uomo che della televisione aveva fatto una missione laica e popolare. Marco Bellocchio, con l’omonima serie in sei episodi prodotta da Hbo Max e disponibile dal 20 febbraio, non si limita a rievocare quella atmosfera da fiera delle illusioni, ma scava nella crepa che si aprì improvvisa la notte del 17 giugno 1983, quando Tortora, ospite dell’Hotel Plaza di Roma, venne svegliato dai carabinieri e ammanettato davanti a una folla di fotografi che qualcuno aveva avvisato. L’immagine di quelle mani strette a pugno alzate in segno di protesta, con le manette ben in vista perché tutti vedessero l’infamia, è il fotogramma che Bellocchio trasforma in un'icona dolente, il punto di partenza per una riflessione che dalla cronaca giudiziaria si allarga fino a diventare radiografia dell’ipocrisia nazionale.

Il meccanismo perverso della macchina giudiziaria e la vendetta di un uomo offeso

La macchina del fango, Bellocchio ce la mostra nel suo lento e inesorabile ingranaggio, e lo fa partendo da un dettaglio quasi grottesco che sa di sceneggiata napoletana. A innescare l’arresto del conduttore, accusato di traffico di stupefacenti e affiliazione alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, fu la delusione di un detenuto, Giovanni Pandico, detto ‘o Pazzo, interpretato da un Lino Musella che ne restituisce tutta la meschinità e la vanità ferita. Costui, ragioniere con ambizioni artistiche e disturbi psichiatrici, aveva spedito a «Portobello» dei centrini fatti a uncinetto da vendere durante il mercatino; la redazione li smarrì, e Tortora, con la correttezza che lo contraddistingueva, gli inviò una lettera di scuse accompagnata da un assegno di 800 mila lire come risarcimento. Pandico, però, non gradì il gesto, anzi lo visse come un’umiliazione, come la prova che quel signore della tv così amato dal pubblico lo considerava uno qualunque. Da quel risentimento nacque la voglia di rivalsa, e quando i magistrati cominciarono a interrogare i pentiti, lui si propose, aggiungendo il nome di Tortora a una lista di pregiudicati. I pm, in particolare quel Lucio Di Pietro che Bellocchio tratteggia come una figura cupa e ottusa, non cercarono riscontri, non verificarono le contraddizioni, ma si gettarono a capofitto su un’accusa che prometteva di far luce su un presunto intreccio tra malavita e spettacolo.

Il carcere come teatro dell’assurdo e la solitudine dell’innocente tra i colpevoli

La forza della narrazione di Bellocchio, che qui prosegue il discorso cominciato con Esterno notte sul potere e le sue derive, sta nel rovesciamento della prospettiva. Non è tanto il processo, con le sue aule gremite di avvocati e giornalisti, a interessare il regista, quanto piuttosto la dimensione claustrofobica della detenzione, il tempo sospeso di Regina Coeli dove Tortora si ritrova recluso insieme a camorristi, terroristi, ladri. Ed è lì, in quel microcosmo di violenza e codici non scritti, che emerge tutta l’assurdità della sua condizione: un uomo abituato al plauso del pubblico, al controllo della scena, si ritrova spogliato di tutto, persino del suo cognome, ridotto a un numero di matricola. Bellocchio inserisce nel secondo episodio un dialogo notturno di rara potenza tra Tortora e un compagno di cella, un ex terrorista delle Brigate Rosse interpretato da Pier Giorgio Bellocchio, che lo accusa di essere stato un imbroglione delle masse, uno che per un’ora e mezza di trasmissione aveva illuso la gente invece di spingerla alla rivoluzione. La risposta del conduttore, che rivendica con orgoglio il diritto di far divertire senza pretendere di cambiare il mondo, è uno dei passaggi più alti della serie, perché illumina lo scontro tra due concezioni del rapporto con il pubblico, ma anche tra due modi di intendere la giustizia e il ruolo dell’intellettuale. La macchina da presa di Bellocchio indugia sui volti, sui silenzi, sulla lenta trasformazione di un uomo che da padre nobile della tv si trova catapultato in un girone dantesco, dove le regole le fanno i detenuti e dove l’unica difesa possibile è la dignità.

Il ruolo dei media e la damnatio memoriae di un’Italia che cambiava pelle

Mentre Tortora marciva in cella, fuori la macchina del fango continuava a girare inesorabile, e Bellocchio non risparmia stoccate feroci a quel sistema che del presentatore aveva fatto un idolo e che ora, con la stessa disinvoltura, lo trasformava in un mostro. La Rai, che lo aveva lanciato e coccolato, lo abbandonò al suo destino; i giornali, con poche eccezioni, diedero spazio alle dichiarazioni dei pentiti senza alcun vaglio critico; l’opinione pubblica, suggestionata dalla martellante campagna stampa, cominciò a dubitare dell’innocenza di quell’uomo dal fare compassato che forse, chissà, dietro la maschera del presentatore perbene nascondeva loschi traffici. La serie mette in scena questa deriva con un montaggio serrato che alterna le immagini del programma tv, quelle del carcere e quelle delle prime pagine dei quotidiani, creando un cortocircuito visivo che restituisce la confusione di quegli anni. Sono gli anni del dopo terremoto in Irpinia, dei miliardi pubblici finiti nelle casse della camorra, del maxiprocesso a Cutolo e ai suoi, e in questo clima di caccia alle streghe, un nome noto come quello di Tortora faceva comodo a molti: ai pentiti che cercavano visibilità, ai magistrati che volevano dimostrare di colpire in alto, ai giornalisti che vendevano più copie. Di lì a poco, nel 1985, sarebbe arrivata la condanna a dieci anni, poi l’assoluzione in appello e infine la morte, nel 1988, per un cancro che molti hanno letto come la conseguenza fisica di tre anni di inferno.

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