"Portobello" di Marco Bellocchio, il punto di vista femminile sul caso Tortora tra interpretazioni e camei

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nella serie “Portobello”, disponibile da ieri su HBO Max e destinata a diventare un pilastro della nuova offerta streaming del colosso americano in Italia, Marco Bellocchio non si limita a ricostruire la cronaca giudiziaria che travolse Enzo Tortora, ma costruisce un affresco corale in cui le figure femminili giocano un ruolo da protagoniste assolute, spesso silenziose ma drammaturgicamente essenziali. Accanto a un Fabrizio Gifuni che cala il celebre presentatore in una dimensione quasi straniata, restituendone lo stupore prima ancora della rabbia, si muove un nutrito gruppo di attrici chiamate a interpretare le donne che vissero accanto a Tortora o che, in modi diversi, incrociarono il suo destino. Barbora Bobulova, nei panni della sorella Anna, incarna quel legame familiare che diventa per Tortora l'unico argine privato durante la detenzione e il processo, un personaggio che vive di sguardi e di una presenza costante, quasi un contraltare alla furia mediatica che si scatena fuori. E poi c'è Irene Maiorino, insieme a Romana Maggiora Vergano e Carlota Gamba, che contribuiscono a tessere quella rete di affetti e di relazioni – alcune professionali, altre più intime – che la macchina del fango non esiterà a investire -1-8.

Se Gifuni lavora per sottrazione, come del resto aveva già fatto magistralmente in “Esterno notte” quando prestò il volto ad Aldo Moro, la regia di Bellocchio sceglie di mostrare il dramma anche attraverso il riflesso che questo produce sulle donne della storia. Non si tratta di semplici comparse o di ruoli di supporto, ma di figure che, nella sceneggiatura scritta dal regista con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore, acquisiscono una profondità inedita, offrendo allo spettatore una prospettiva laterale ma nitida sulla catastrofe umana di Tortora. Tra di loro spicca, e non potrebbe essere altrimenti, il cameo di Valeria Marini, la cui apparizione – a giudicare dalle prime reazioni – sembra aver lasciato il segno per la capacità di inserirsi con naturalezza in un contesto narrativo tanto drammatico, portando con sé quel quid di leggerezza e di nostalgia che solo certe icone pop sanno evocare. La Marini, del resto, non è nuova a incursioni in territori seri, e qui la sua presenza funge da richiamo a un'epoca, quella degli anni Ottanta, in cui la televisione e il suo star system erano al contempo palcoscenico e gogna -1-3.

L'occhio di Bellocchio, che ha sempre dimostrato una straordinaria sensibilità nel raccontare le dinamiche familiari e i conflitti interiori, si sofferma con particolare attenzione sulla relazione tra Tortora e la sua compagna dell'epoca, Francesca Scopelliti, interpretata da Romana Maggiora Vergano. È attraverso questo legame che la serie esplora la dimensione più privata dell'isolamento: l'orrore giudiziario non è fatto solo di sbarre e di aule di tribunale, ma anche di sguardi incrociati in un parlatorio, di parole non dette, della fatica di mantenere in piedi una relazione quando il mondo intero ti addita. La Scopelliti, giornalista, rappresenta per Tortora un ponte con la normalità perduta, e la sua interpretazione restituisce al pubblico la fragilità di chi si trova a dover sostenere il peso di un'accusa inverosimile senza alcuno strumento per difendersi, se non la propria ostinata presenza -1-7-8.

Non va dimenticato, inoltre, il contributo di attrici come Federica Fracassi e Carlotta Gamba, che vanno a completare un cast in cui la componente femminile non è mai puramente ornamentale. La serie “Portobello”, nel suo alternare il teatro luminoso e naif del programma televisivo con l'incubo claustrofobico del processo, affida a queste interpreti il compito di rappresentare la società italiana di quegli anni: una società che, come ha avuto modo di spiegare lo stesso Bellocchio in conferenza stampa, scoprì in quell'occasione la propria propensione al linciaggio morale. Se Lino Musella, nei panni del pentito Giovanni Pandico, è la scintilla folle che innesca la tragedia, sono le figure femminili a raccogliere i cocci di una storia che, altrimenti, rischierebbe di diventare un semplice actio e reus. La loro presenza, discreta ma costante, è ciò che ancora la vicenda a una dimensione umana e universale, lontana dalle astrattezze del diritto e dalle distorsioni della cronaca -2-4-6.

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