«Portobello», il dramma di Tortora nella serie di Bellocchio che approda su Hbo Max

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’hanno presentata alla Mostra del Cinema di Venezia, lo scorso settembre, e da oggi, venerdì 20 febbraio, la miniserie Portobello è finalmente disponibile sulla piattaforma Hbo Max, segnando peraltro il debutto italiano del servizio streaming con una produzione locale originale. Il regista Marco Bellocchio, classe 1939, torna a confrontarsi con la storia d’Italia e lo fa firmando un’opera in sei episodi – scritta insieme a Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore – che scava nella carne viva di uno degli errori giudiziari più clamorosi e dolorosi che la Repubblica ricordi: l’arresto, la detenzione e la progressiva, lentissima assoluzione di Enzo Tortora, il volto più amato e seguito della televisione pubblica negli anni del suo massimo splendore. Al centro della scena, a vestire i panni del conduttore originario di Novi Ligure, c’è Fabrizio Gifuni, attore ormai visceralmente legato alla poetica di Bellocchio dopo aver prestato il volto ad Aldo Moro in Esterno notte; lo affiancano, in un cast corale di prim’ordine, Barbora Bobulova, Romana Maggiora Vergano nei panni della compagna Francesca Scopelliti, e poi Lino Musella, la cui interpretazione del pentito Giovanni Pandico – l’uomo la cui parola, gravida di invidia e disturbo psichiatrico, diede il via all’intera macchina distruttiva – è stata definita dalla critica semplicemente magistrale.

L’apice del successo e il baratro giudiziario nella Napoli degli anni Ottanta

La narrazione prende avvio nel 1982, quando Enzo Tortora è letteralmente all’apice della carriera e della popolarità. Ogni venerdì sera, ventotto milioni di spettatori – un numero che oggi appare persino inimmaginabile – si riunivano davanti al piccolo schermo per seguire Portobello, il varietà del quale era ideatore e conduttore, un mercatino dell’antiquariato trasformato in spettacolo puro, con i suoi personaggi bizzarri e il famoso pappagallo che, se sollecitato, ripeteva il nome della trasmissione. Tortora non era solo un intrattenitore; rappresentava una certa idea di signorilità laica e distaccata, un uomo che, come ricordano le cronache, non aveva la furbizia popolare dei colleghi Mike Bongiorno, Corrado o Pippo Baudo, e che anzi, proprio per la sua aria da gentleman inglese e le sue battaglie solitarie contro il monopolio di Stato, suscitava ammirazione ma anche, in alcuni ambienti e in una parte dell’opinione pubblica, una sorda ostilità. Ed è in quel periodo che, nelle carceri campane sconvolte dal post-terremoto e dai riassetti della Nuova Camorra Organizzata, un detenuto di nome Giovanni Pandico, detto ‘o pazzo, scribacchino e uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo, decide di dissociarsi. E nel suo primo interrogatorio, per ragioni che la serie indaga con sguardo clinico e mai scontato, fa il nome del presentatore, accusandolo di traffico di stupefacenti e affiliazione camorrista.

Il teatro dell’assurdo e la trasformazione di un uomo in capro espiatorio

La mattina del 17 giugno 1983, i carabinieri bussano alla porta della stanza d’albergo di Tortora a Roma. Il conduttore, che si trovava lì per lavoro, pensa immediatamente a un equivoco, a un errore madornale che sarebbe stato chiarito in poche ore. Non sa, non può sapere, che sta per cominciare un incubo destinato a durare oltre tre anni e a concludersi, simbolicamente e materialmente, solo con la sua morte. L’immagine di quell’uomo in manette, che esce dalla caserma di via in Selci circondato dai fotografi della stessa azienda per cui lavorava – un’uscita che il capitano dei carabinieri aveva promesso essere riservata – colpì profondamente l’immaginario collettivo. Bellocchio, come lui stesso ha raccontato, è partito proprio da quello scatto, da quello “stupore” negli occhi del conduttore, per costruire la sua narrazione. La serie, lungi dall’essere una mera cronaca processuale, mette in scena quella che qualcuno ha definito una “fiera dell’assurdo”, un meccanismo giudiziario e mediatico che si autoalimenta sulla base delle dichiarazioni di pentiti e dissociati – alcuni palesemente mitomani, altri spinti da un rancore viscerale, come lo stesso Pandico, che aveva inviato dei centrini alla trasmissione senza mai vederli andare in onda – e che trova in una parte del Paese, benpensante e ipocrita, un pubblico pronto a gioire della caduta di un idolo costruito dal nulla televisivo. Il regista contrappone abilmente due teatri: quello patinato e controllato del programma, dove Tortora era il mattatore assoluto, e quello caotico e degradante delle aule di giustizia, dove l’uomo, improvvisamente muto e impotente, assiste allo sgretolarsi della propria esistenza.

L’inchiesta giudiziaria e il ritratto di un’Italia pronta a condannare

Il cuore pulsante della miniserie, e in particolare dei suoi episodi centrali, risiede nella ricostruzione minuziosa, quasi kafkiana, del processo. Si vedono sfilare in aula personaggi grotteschi e spietati, accusatori che costruiscono castelli di menzogne su equivoci e omonimie, e dall’altra parte un uomo, Enzo Tortora, che tenta di opporre la propria dignità e il proprio raziocinio a un’onda d’urto che pare inarrestabile. I pubblici ministeri, convinti della bontà di un’indagine costruita sulla sabbia, procedono imperterriti, perché ammettere l’errore avrebbe significato mettere in discussione un intero sistema. La stampa, con poche lodevoli eccezioni, contribuisce al linciaggio, titolando con sicurezza e alimentando quel clima avvelenato nel quale, come disse qualcuno, “qualcosa avrà pur fatto”. Bellocchio, con la sua regia asciutta e partecipe, non si limita a raccontare l’ingiustizia subita da un singolo; allarga lo sguardo per mostrarci un’Italia che cambia, che esce dagli anni di piombo e si affaccia a una modernità ambigua, dove il potere della televisione – quella stessa che aveva creato il mito – si rivela nella sua capacità di distruggere con la stessa noncuranza. E se nel cast spiccano nomi noti come Valeria Marini nel ruolo di Moira Orfei o Alessandro Preziosi in quello dell’avvocato, è l’intero impianto corale a restituire la complessità di un’epoca e di una tragedia che, a distanza di decenni, continua a interrogarci sulle fragilità della giustizia e sulle facili, tremende cadute della coscienza collettiva.

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