“Portobello”, lo sguardo di Bellocchio tra maschere, giustizia e il mostro mediatico
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
C’è un’inquadratura, nelle prime battute della serie, che funge da dichiarazione di poetica: il primo piano sulle maschere da pulcinella, accanto al pappagallo più famoso della televisione italiana, sembra racchiudere l’intero orizzonte emotivo di Marco Bellocchio. Quello che potrebbe apparire come un semplice vezzo formale, una sorta di gioco di parole tra l’occhio bello (e unico) del regista e il Titolo del programma cult condotto da Enzo Tortora, diventa invece la chiave d’accesso a una vicenda dalle mille diramazioni. Portobello, la serie prodotta da HBO in esclusiva per il mercato italiano, arriva dopo l’anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia, dove i primi due episodi – presentati fuori concorso – hanno subito catalizzato l’attenzione internazionale, non solo per la complessità del caso giudiziario che ripercorrono, ma anche per il peso specifico di un regista capace di trasformare un fatto di cronaca nera in un affresco sulle storture del sistema.
L’eco globale e il debutto italiano di HBO
Portobello rappresenta un passaggio storico per il panorama audiovisivo nostrano, essendo la prima produzione originale targata Warner Bros. Discovery per la nuova incarnazione di HBO Max in Italia. La piattaforma, che ha rilasciato l’ultimo dei sei episodi da sessanta minuti ciascuno la scorsa settimana, ha così sancito il proprio ingresso nel mercato delle serie drammatiche italiane con un’opera che, già prima della messa in onda, era attesissima. Ma ciò che ha trasformato l’opera in un fenomeno transnazionale è stata la copertura mediatica internazionale: testate come The Guardian, Le Monde, IndieWire e Deadline hanno dedicato analisi approfondite alla serie, accendendo un dibattito globale che trascende i confini nazionali. Il filo conduttore di quelle recensioni, così come delle riflessioni suscitate dal lavoro di Bellocchio, ruota attorno a un nodo centrale – il rapporto tossico tra giustizia, mass media e l’opinione pubblica – che, a giudicare dall’interesse suscitato, sembra avere una valenza universale. Dalla stampa specializzata statunitense a quella francese, emerge l’idea che il regista di “Buongiorno, notte” abbia confezionato non tanto un’opera di ricostruzione storica, quanto piuttosto un’indagine sull’emotività collettiva.
L’orrore quotidiano e il rapporto umano dietro le quinte
Se la macchina del fango e gli ingranaggi giudiziari occupano il primo piano della narrazione, Bellocchio sceglie però di restituire la dimensione più intima della tragedia attraverso le testimonianze dirette di chi, all’epoca, viveva nell’orbita del conduttore. È il caso delle ex telefoniste del programma, le cui voci emergono come contrappunto umano alla rigidità istituzionale. Una di loro, Paola, racconta il momento in cui Tortora la notò tra il pubblico in una tv locale di Busto Arsizio: aveva sedici anni, una famiglia difficile, e si ritrovò da un giorno all’altro catapultata in uno studio televisivo seguito da ventotto milioni di spettatori. La sua memoria restituisce la delicatezza di un rapporto quasi paterno – Tortora dava del lei a quelle ragazze, in un contesto in cui l’educazione formale faceva da contraltare a un affetto profondo – ma anche lo choc di un tradimento istituzionale percepito come fisico. “Che orrore vederlo in galera con la testa rasata”, dice, e in quella frase si concentra tutto il dolore di una comunità di lavoro trasformata in una famiglia sconvolta da un evento giudiziario che nessuno, in quelle stesse redazioni, aveva previsto o poteva arginare.
La macchina mediatica e le maschere della messinscena
Bellocchio costruisce il suo racconto per sottrazione e accumulo, alternando la ricostruzione storica a momenti di forte astrazione teatrale. Le maschere da pulcinella che campeggiano nell’incipit, così come la presenza ossessiva del pappagallo (simbolo di una televisione naïf ma potentissima), servono al regista per scandire i tempi di un incubo che ha il ritmo serrato di un thriller giudiziario. La serie, che segue le sei puntate con una struttura quasi saggistica, non indulge mai nella ricostruzione agiografica della figura di Tortora, ma ne mostra la fragilità e la statura morale proprio attraverso gli spazi vuoti lasciati dal sistema. Si passa con naturalezza dalle dinamiche di gruppo interne alla redazione di Portobello – dove la colpa, prima ancora di essere giuridica, diventa un’ombra che si insinua nei rapporti interpersonali – alle aule di tribunale, luoghi di una messinscena altrettanto codificata di quella televisiva. Il punto di forza del racconto sta proprio nel rifiuto di separare nettamente i piani: la giustizia diventa spettacolo, lo spettacolo diventa tribunale, e l’individuo, Enzo Tortora, si trova schiacciato in una zona grigia dove non esistono più certezze.




