Il 13 febbraio ad Arezzo il dibattito “Chi accusa non giudica”, mentre la mobilitazione sul referendum giustizia si allarga da Busto Arsizio a Cuneo tra memorie di Tortora e scontri interpretativi sulla riforma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il calendario degli appuntamenti che scandiscono la campagna referendaria, quella che il 22 e 23 marzo chiamerà gli italiani a esprimersi sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario voluta dal governo, si infittisce di tappa in tappa; e tra questi figura l’incontro pubblico in programma per venerdì 13 febbraio, alle ore 17:00, presso la Borsa Merci di Arezzo, in Piazza Risorgimento, dal Titolo – già di per sé emblematico – “Chi accusa non giudica”. L’iniziativa, promossa dal Comitato SiSepara con la collaborazione del locale circolo di +Europa Arezzo e dell’associazione Liberaperta, vedrà l’apertura affidata a Francesco Carbini per il Comitato Giuliano Vassalli per il Sì, a Stefano Magi del Comitato SiSepara, al presidente della Camera Penale di Arezzo, e a Paolo Casalini per il Circolo Matteotti Arezzo: un ventaglio di soggetti che, nella loro eterogeneità, restituisce la complessità di uno schieramento favorevole alla riforma che attraversa trasversalmente il panorama politico e associativo [uso informazioni dal testo fornito].

Se Arezzo si prepara al confronto, non meno significativo risulta l’incontro organizzato a Busto Arsizio dall’Upel per lunedì 23 febbraio, quando la Sala Tramogge dei Molini Marzoli ospiterà “Magistratura e Costituzione: le ragioni del sì e del no”; al tavolo dei relatori siederanno, tra gli altri, il sostituto procuratore Massimo De Filippo e gli avvocati Raffaele della Valle, Fabio Ambrosetti e Samuele Genoni, quest’ultimo in rappresentanza dell’Osservatorio ordinamento giudiziario dell’Unione Camere Penali Italiane -5. Il confronto, patrocinato dal comune, si propone di restituire al elettorale gli strumenti per districarsi tra le pieghe di un quesito referendario che, come ha avuto modo di notare Augusto Barbera – presidente emerito della Corte Costituzionale intervenuto pochi giorni fa a Bologna – non può essere ridotto a una mera resa dei conti con l’esecutivo, ma investe il cuore del rapporto tra cittadino e giurisdizione -2-7.

E a proposito di quel rapporto, la memoria corre alla figura di Enzo Tortora, evocata con forza dalla compagna Francesca Scopelliti, che proprio a Cuneo ha dato vita al Comitato per il Sì al Referendum Costituzionale; un comitato, questo, che si configura come articolazione locale dell’associazione Comitato Cittadini per il Sì da lei stessa presieduta a livello nazionale [informazioni dal testo fornito]. Scopelliti, in un’intervista rilasciata in questi giorni, ha ripercorso i quarantadue anni dall’arresto del conduttore di Portobello, definendo quel caso come la cartina di tornasole di un sistema che ancora oggi produce «gogne mediatiche» e «crimini giudiziari»; e la sua battaglia – ha dichiarato – non è quella di chi chiede vendetta, ma di chi, al contrario, pretende che l’ordinamento giudiziario si doti finalmente di anticorpi capaci di rendere impraticabili certi errori -4-8.

Il nodo del Consiglio superiore e l’equivoco Vassalli secondo i costituzionalisti

Sarebbe, questa, una riduzione semplicistica se ci si limitasse a leggere la riforma come mero adempimento tecnico della separazione delle carriere; a sollevare il velo su quella che definisce «un’ambiguità di fondo» è un’analisi pubblicata da Articolo21, dove si mette in guardia dall’equivoco – coltivato anche attraverso il richiamo a figure come quella del compianto ministro Vassalli – secondo cui basterebbe una legge ordinaria per completare quanto già avviato con la riforma Cartabia -6. In realtà, sostiene l’autore, il testo su cui si voterà incide ben più profondamente, frammentando il Consiglio superiore della magistratura in due distinti organi di governo – uno per i giudicanti e uno per i requirenti – e introducendo, per la selezione dei componenti togati e laici, il meccanismo del sorteggio; né può essere taciuta l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare esterna, percepita da alcuni come una struttura «vagamente intimidatoria» e da altri, invece, come l’unico strumento per scardinare quelle logiche di «giustizia domestica» e di «clientelismo» che, secondo i fautori del Sì, avrebbero finito per paralizzare l’autogoverno delle toghe -1-6-10.

Di segno opposto, naturalmente, l’argomentazione di chi al referendum si oppone; Rocco Gustavo Maruotti, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, ha ribadito nel confronto con il presidente del Comitato SiSepara Gian Domenico Caiazza che la conservazione di un unico Csm non rappresenta una difesa rativa, ma l’ultimo baluardo per garantire l’indipendenza esterna dell’intera magistratura, la quale – se divisa in due consigli separati – perderebbe quella forza coesiva necessaria a resistere alle ingerenze della politica -10.

Il nodo della terzietà e la testimonianza di chi il processo lo ha vissuto dentro

Caiazza, dal canto suo, replica facendo leva sul dato testuale dell’articolo 104, che nella sua nuova formulazione ribadirebbe comunque, al primo comma, l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario, rendendo incostituzionale qualunque successivo tentativo di assoggettamento dei pm all’esecutivo; e qui il dibattito torna a incardinarsi su quella parola – terzietà – che per i sostenitori del Sì rappresenta il nocciolo duro della consultazione -10. Antonio Di Pietro, intervenuto al convegno bolognese della Fondazione Einaudi accanto a Barbera e al procuratore generale della Cassazione Luigi Salvato, non ha usato giri di parole: ha definito una «truffa etica e democratica» la narrazione di chi, pur conoscendo i contenuti del testo, continua a ripetere che la riforma indebolirebbe l’accusa; il vero problema, ha scandito, è che oggi il giudice per le indagini preliminari, il cosiddetto gip, appartiene alla stessa famiglia del pubblico ministero, e questo rende il suo ruolo poco più che quello di un «passacarte» privo di reale vaglio critico -2-7.

Né si può trascurare, in questa ricostruzione, il peso specifico che assume la percezione del cittadino comune, quello stesso cittadino che – come ha ammonito Barbera – quando si trova ingiustamente imputato non può fare a meno di domandarsi se il giudice che siede in aula non sia magari espressione della medesima corrente associativa del suo accusatore; è la fiducia, insomma, il bene giuridico sotteso a questo intervento normativo, ed è la sua erosione, invece, il sintomo più allarmante registrato in questi anni -2-7.

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