Poste, i soci danno il via libera al dividendo da 1,25 euro e blindano il tandem Rovere–Del Fante

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’assemblea degli azionisti di Poste Italiane, riunitasi in seduta ordinaria, ha licenziato i conti relativi all’esercizio chiuso al 31 dicembre 2025, sancendo di fatto la bontà di una gestione che, come emerge dai documenti contabili approvati, ha fatto segnare un utile netto di 2,22 miliardi di euro. Una cifra, questa, che inra una crescita del 10,3% rispetto all’anno precedente e che ha fornito la base materiale su cui i soci – a valle della proposta avanzata dal consiglio di amministrazione – hanno costruito la decisione di remunerare il capitale investito. Il dividendo complessivo per l’intero 2025 è stato infatti fissato a 1,25 euro per azione, un importo in aumento del 16% rispetto al passato, che conferma la vocazione del gruppo a distribuire valore senza però intaccare le esigenze di patrimonializzazione. Di questa somma, una tranche pari a 0,40 euro per azione era già stata erogata nello scorso novembre a titolo di acconto; l’assemblea ha quindi deliberato il saldo di 0,85 euro per azione, che verrà messo in pagamento a partire dal prossimo 24 giugno, previo stacco della cedola (la numero 18) fissato per il 22 giugno e la conseguente record date del giorno successivo. Un meccanismo, questo della doppia tranche, che ormai rappresenta una prassi consolidata per l’azienda guidata da Matteo Del Fante, la quale cerca in questo modo di allineare i flussi finanziari alle attese di una base azionaria composita, dove figurano sia il ministero dell’Economia, sia Cassa Depositi e Prestiti, sia investitori istituzionali esteri.

Utile record e liquidità: i numeri che hanno sorpreso il mercato

A guardare i conti nel dettaglio – al di là del mero dato aggregato – emerge un quadro di solidità operativa non comune per un’ex macchina statale trasformata in polo logistico-finanziario. I ricavi consolidati hanno toccato quota 13,1 miliardi, spinti da un duplice motore: da un lato la raccolta di BancoPosta e la distribuzione di prodotti assicurativi, che continuano a beneficiare dell’effetto trasformazione digitale; dall’altro la resilienza del comparto pacchi e corrispondenza, dove i piani di razionalizzazione dei costi (compresi quelli legati alla riorganizzazione logistica) hanno cominciato a produrre margini più alti del previsto. Il risultato operativo rettificato (l’ebit adjusted) è volato a 3,24 miliardi, a dimostrazione di come la gestione caratteristica abbia saputo generare valore anche in una fase di normalizzazione dell’inflazione e dei tassi d’interesse. È proprio su questi fondamentali che si è innestata la decisione dell’assemblea di distribuire un payout complessivo che sfiora il 73% dell’utile netto, una percentuale che molti osservatori hanno definito generosa ma che la società giustifica con la robustezza dei flussi di cassa generati nel 2025 (ammontanti a oltre 2 miliardi tra attività operative e investimenti dismessi). Nessuna sorpresa, invece, sul fronte delle previsioni per il 2026: i vertici hanno ribadito gli obiettivi di un ebit adjusted superiore a 3,3 miliardi e un utile netto di 2,3 miliardi, escludendo però l’eventuale contributo derivante dalla partecipazione in Tim, che resta una variabile esterna al perimetro industriale stretto del gruppo.

Il nuovo corso (che sa di conferma): Rovere presidente, Del Fante amministratore delegato

Oltre ai numeri, il calderone dell’assemblea ha prodotto un’altra decisione di rilievo strategico: la nomina del nuovo consiglio di amministrazione per il triennio 2026-2028, un organo che alla fine ha ricalcato fedelmente gli equilibri del passato, blindando la linea di continuità voluta dai soci pubblici e privati. A presiedere il board è stata riconfermata Silvia Maria Rovere, figura che negli ultimi anni ha gestito la delicata fase di transizione tra la governance pubblica e le logiche di mercato, mentre la conduzione esecutiva resta saldamente affidata a Matteo Del Fante, il cui ruolo di amministratore delegato è stato implicitamente avallato dall’azionariato. Il nuovo cda, che resterà in carica fino all’approvazione del bilancio del 2028, è composto da nove membri: insieme a Rovere e Del Fante figurano Olga Cuccurullo, Carlo d’Asaro Biondo, Alessandro Marchesini, Salvatore Muscarella, Vincenza Patrizia Rutigliano, Francesco Scacchi e Vanda Ternau. Una composizione, quella finale, che ha lasciato fuori alcuni dei vecchi consiglieri (tra cui Valentina Gemignani, Matteo Petrella e Paolo Marchioni), ma che non ha alterato il rapporto di forze interno al vertice, dove la maggioranza espressa dal Tesoro e da Cdp continua a dettare l’agenda. Durante la prima riunione utile, il neocostituito consiglio ha provveduto a spartirsi le deleghe: a Rovere sono stati attribuiti la supervisione sull’attività di audit e il coordinamento dei rapporti con le istituzioni e le autorità di vigilanza; a Del Fante, invece, sono stati conferiti poteri pieni per l’amministrazione ordinaria e straordinaria, fatta eccezione per quelle materie che lo statuto o la legge riservano alla competenza esclusiva del collegio.

Compensi e poltrone: il costo della governance e le verifiche di indipendenza

Non è passata inosservata, poi, la decisione di lasciare invariati i compensi per gli organi sociali, un segnale di autocontenimento che i vertici hanno voluto inviare al mercato in un momento storico in cui la pressione sui costi è elevata. Il presidente della società incasserà un emolumento lordo annuo di 60.000 euro, mentre ciascuno degli altri consiglieri (esecutivi e non) dovrà accontentarsi di 40.000 euro lordi. Cifre, queste, che appaiono moderate se paragonate ai parametri di altre blue chip italiane, ma che vanno lette alla luce del peso specifico della carica: Poste Italiane rimane un’azienda a controllo pubblico diffuso, dove la funzione istituzionale prevale spesso su quella meramente retributiva. Il consiglio ha inoltre dedicato una parte dei lavori alla verifica dei requisiti di indipendenza dei propri membri, un adempimento formale ma non privo di conseguenze pratiche. Alla fine dell’esame, sono risultati in possesso dei requisiti pieni previsti dal Testo Unico della Finanza e dal Codice di rate Governance: Silvia Rovere, Carlo d’Asaro Biondo, Alessandro Marchesini, Salvatore Muscarella, Vincenza Patrizia Rutigliano, Francesco Scacchi e Vanda Ternau. Per Olga Cuccurullo, invece, è stata accertata l’indipendenza solo secondo i parametri del TUF e del codice di autodisciplina, ma non secondo quelli più stringenti della disciplina prudenziale bancaria, una distinzione tecnica che potrebbe avere riflessi in sede di nomina dei comitati endoconsiliari (come il comitato rischi e quello per le nomine). Una governance, insomma, che cerca di bilanciare stabilità e rinnovamento, ma che alla fine sceglie la prudenza: meglio un tandem collaudato, per quanto criticabile da alcune frange del management, che avventure solitarie.

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