L’oro e l’argento nello ski cross e quella dedica speciale sul casco di Tomasoni
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Redazione Sport
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Succede a volte, nello sport come nella vita, che le traiettorie si incrocino spinta da una forza invisibile; capita che una medaglia, solitamente simbolo di un trionfo personale e solitario, diventi invece il sigillo di un percorso collettivo, quasi corale. E’ quanto accaduto sotto la tormenta di Livigno, in una di quelle giornate in cui la neve che cade sembra voler isolare dal resto del mondo il palcoscenico olimpico, creando una bolla dentro la quale si consumano imprese destinate a rimanere negli annali. Simone Deromedis, venticinquenne trentino già campione del mondo nel 2023, ha letteralmente dominato la finale dello ski cross maschile, mettendo la sua sciata al riparo da qualsiasi incertezza e regalando all’Italia quella che, per la specialità, rappresenta una vera e propria pietra miliare: il primo oro olimpico di sempre. La sua gara è stata un crescendo di autorità, condita da quella determinazione che gli ha permesso di prendere subito il comando e di non lasciarlo più, nemmeno per un istante, agli inseguitori. E poi c’è lui, Federico Tomasoni, bergamasco di ventotto anni, giunto secondo al termine di una volata mozzafiato che ha richiesto l’ausilio del fotofinish per sancire la superiorità sul veterano svizzero Alex Fiva, lasciando al giapponese Satoshi Furuno soltanto il quarto posto e tanta amarezza. Una doppietta azzurra, dunque, che profuma di storia e che proietta l’intero movimento dello ski cross italiano in una dimensione fino a ieri soltanto sognata. E se per Deromedis, giunto quinto a Pechino 2022, questo sigillo rappresenta la logica consacrazione di un talento cristallino, per Tomasoni il discorso è più complesso, più stratificato, più intimo. Sul suo casco, infatti, spiccava un sole giallo, un simbolo che per chi conosce le vicende dello sci azzurro ha un significato preciso e profondamente toccante. Quell’emblema appartiene alla Fondazione Matildina4Safety, creata dalla famiglia Lorenzi dopo la scomparsa di Matilde, la giovane promessa dello sci alpino tragicamente venuta a mancare in un incidente in allenamento in Val Senales nell’ottobre del 2024.
La forza di un legame che trascende il podio
Federico Tomasoni, va ricordato, era il fidanzato di Matilde Lorenzi, e da quel giorno di ottobre il suo mondo si è inevitabilmente diviso in un prima e in un dopo. La sua prestazione olimpica, al di là del valore tecnico innegabile, si carica quindi di un alone emotivo difficilmente quantificabile, perché trasformare un dolore così profondo in una spinta propulsiva, capace di reggere la pressione di una finale a cinque cerchi, richiede una tempra che va oltre la preparazione atletica. Il padre di Matilde, Adolfo Lorenzi, intervistato al termine della gara, ha lasciato trasparire tutta l’emozione di una famiglia che non ha mai smesso di sentirsi vicina al giovane atleta, descrivendo Federico come parte integrante del nucleo familiare, un ragazzo che aveva presentato Matilde ai suoi genitori, cementando un rapporto di stima e affetto reciproco che il tempo e la tragedia non hanno scalfito. Le parole di Adolfo Lorenzi, riportate dalla carta stampata, dipingono un quadro di commozione condivisa, in cui l’argento conquistato diventa quasi un messaggio lanciato oltre la quotidianità, un modo per sentire Matilde ancora partecipe, ancora presente. Tomasoni stesso, prima della gara, aveva confidato al padre della fidanzata la sua intenzione di sciare per lei, e quel proposito si è tradotto in una performance che ha del miracoloso, specialmente se si considera che il suo non era certo un pronostico scontato, bensì il frutto di una volontà ferrea che gli ha permesso di rimontare e di avere la meglio in un arrivo fotografia. Non è una casualità, dunque, se il casco con il sole sia diventato, in frazioni di secondo, l’immagine simbolo di una giornata in cui lo sport ha saputo farsi veicolo di ricordi e di affetti, restituendo alla memoria di Matilde un palcoscenico internazionale e una visibilità che va ben oltre il mero risultato cronometrico.
Il lavoro oscuro dello Ski College Veneto Falcade
Osservando la discesa trionfale di Deromedis e Tomasoni, viene quasi naturale domandarsi quale sia stato l’humus che ha permesso a due atleti italiani di primeggiare in una disciplina così spettacolare e competitiva come lo ski cross. La risposta, per chi conosce i meccanismi del settore tecnico, affonda le radici in un lavoro certosino e spesso invisibile, lontano dai riflettori e dalle telecamere, che si svolge nelle palestre, nei collegi e soprattutto nelle ski room, dove gli skiman preparano i “missili” con i quali gli atleti si lanciano lungo i tracciati. Ebbene, in questo contesto, emerge la firma indelebile dello Ski College Veneto Falcade, una realtà che da anni sforna talenti e che, anche in questa occasione, ha messo la propria competenza al servizio della nazionale. Dietro la manutenzione e la preparazione degli sci, infatti, si cela un lavoro che richiede una conoscenza approfondita delle dinamiche della neve, delle temperature e delle caratteristiche del tracciato, un sapere tecnico che lo Ski College Veneto ha saputo coltivare e trasmettere ai propri collaboratori, molti dei quali oggi operano a stretto contatto con la squadra azzurra. Non è un dettaglio da poco, perché nel curling come nello ski cross, la differenza tra una medaglia e un piazzamento può risiedere in un filo di cera applicato nel punto giusto o in una scelta di struttura dello sci che si rivela vincente. E così, mentre Deromedis e Tomasoni raccoglievano i frutti del loro impegno, c’era chi, in disparte, poteva godersi la soddisfazione di un lavoro ben fatto, consapevole di aver contribuito in modo determinante a scrivere una pagina importante dello sport invernale italiano. Il tutto, va detto, in un contesto di crescita complessiva del movimento del freestyle italiano, come testimoniato anche dalle parole del nuovo campione olimpico, il quale ha sottolineato come l’intero settore stia raccogliendo i frutti di investimenti e sacrifici durati anni.




