Spin Time, il presidio non si ferma: “Ce ne andremo solo quando tutti avranno un alloggio”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La protesta davanti allo Spin Time Labs, il palazzo di via di Santa Croce in Gerusalemme 55 occupato nel 2013 e dichiarato inagibile nella serata del 29 luglio dopo un principio d'incendio, prosegue a oltranza. Gli ex inquilini, circa quattrocento persone che hanno trasformato quell'immobile in una complessa realtà sociale, hanno ribadito con forza che lasceranno il presidio solo quando ogni nucleo familiare avrà ricevuto una sistemazione temporanea dignitosa.

La tensione, del resto, è palpabile in un'area che da settimane ospita una tendopoli allestita dalla Protezione Civile, mentre il destino dell'edificio, un ex palazzo dell'Inpdap di diciassettemila metri quadrati, resta appeso a un filo tra inchieste giudiziarie e trattative fallite.

La lunga scia di procedimenti giudiziari e la condanna al Viminale

Quella dello Spin Time è una vicenda che si trascina da oltre un decennio, costellata da procedimenti penali, party abusivi, bollette non pagate e roghi. L'occupazione, avvenuta il 12 ottobre 2013 per mano di circa trecento persone sostenute dal movimento per il diritto all'abitare "Action", ha innescato un contenzioso che ha coinvolto direttamente lo Stato.

A febbraio di quest'anno, il tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell'Interno a pagare un risarcimento di oltre 21 milioni di euro alla società proprietaria dell'immobile, InvestiRE Sgr, per non avere eseguito lo sgombero nonostante un decreto di sequestro preventivo emesso dal gip il 31 marzo 2020 non fosse mai stato ottemperato.

Il giudice, nella sentenza, ha stabilito che il danno conseguente all'occupazione è imputabile al Ministero, il quale aveva lo specifico obbligo di impedire la prosecuzione dell'illecito, configurando così una responsabilità per condotta omissiva che grava sulle casse dello Stato.

Il rogo di fine luglio e la dichiarazione di inagibilità

La scintilla che ha fatto precipitare la situazione, trasformando la precarietà in emergenza umanitaria, è stata un corto circuito che ha generato un principio d'incendio all'interno dell'officina dello stabile. L'edificio, evacuato autonomamente dagli stessi residenti in pochi minuti senza che si registrassero feriti, è stato tuttavia dichiarato temporaneamente inagibile a scopo precauzionale dai vigili del fuoco, che hanno effettuato i controlli del caso.

Questo episodio, il secondo dopo un incendio analogo avvenuto nel 2022, ha riaperto il dibattito politico sulla sicurezza degli immobili occupati, spingendo il Viminale a escludere categoricamente qualsiasi ipotesi di rientro immediato. Il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha ribadito la linea della legalità: il palazzone di nove piani resterà sotto il controllo delle forze dell'ordine, nonostante il tentativo del Campidoglio e la mediazione della Diocesi di Roma di trovare un accordo per consentire un rientro graduale e in sicurezza.

Il fallimento della trattativa e le tre verità sul tavolo

Il sindaco Roberto Gualtieri ha manifestato tutta la sua delusione per il fallimento della trattativa con la proprietà, che ha opposto un "no irrevocabile" all'offerta di acquisto presentata dal Comune. L'amministrazione capitolina, forte del sostegno di una vasta mobilitazione culturale che ha visto firmatari d'eccezione come i registi Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, aveva prospettato un intervento di rigenerazione dell'immobile sul modello del Porto Fluviale, finalizzato alla realizzazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica.

Tuttavia, il muro della proprietà e il dietrofront del Viminale hanno reso vani gli sforzi, dando vita a tre versioni contrapposte che gli stessi ex occupanti hanno definito "menti": il no del Viminale per ragioni di sicurezza e legalità, il no della proprietà Investire Sgr per l'inagibilità dell'immobile, e il racconto del Campidoglio che parla di un diniego politico mascherato da motivazioni tecniche.

Il presidio a oltranza e il futuro dei quattrocento inquilini

Mentre le istituzioni cercano soluzioni abitative alternative per le circa 250 persone ancora in strada, la comunità dello Spin Time ha deciso di non abbassare la guardia. In una nota, gli attivisti hanno ribadito che la battaglia per il diritto alla casa diventa una questione nazionale, e che il presidio davanti allo stabile proseguirà finché ogni persona non avrà un tetto.

Nel frattempo, la macchina dell'assistenza sociale si è attivata con 200 operatori della Sala operativa sociale e della Protezione civile sul campo, mentre il mondo della cultura e dello spettacolo si stringe attorno ai residenti. In questo scenario di stallo istituzionale, in cui si incrociano sentenze milionarie, vertici in prefettura e appelli alla solidarietà, la storia di Spin Time, nata come "porto franco" per il disagio abitativo della Capitale, sembra giunta al suo atto conclusivo.

Ma le persone che per oltre dieci anni hanno chiamato quel palazzo "casa" hanno già annunciato che non si arrenderanno, pronti a rimanere in strada finché la loro voce non sarà ascoltata.

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