Bombe sul Libano, Netanyahu rompe gli indugi e allarga i raid mentre la tregua Usa-Iran scricchiola

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non c’è stata alcuna pausa, nonostante le rinnovate dichiarazioni di intenti. Nella notte tra lunedì 25 e martedì 26 maggio, l’esercito israeliano ha scatenato una nuova, estesa ondata di attacchi contro Hezbollah, colpendo non solo le tradizionali roccaforti del Sud ma anche la periferia meridionale di Beirut e diversi villaggi nella Valle della Bekaa, nel Libano orientale.

Una escalation ampiamente annunciata dal premier Benjamin Netanyahu, che in un videomessaggio aveva avvertito di voler “intensificare gli attacchi e colpire frontalmente” il gruppo armato libanese, ordinando di fatto all’esercito di premere ancora di più sull’acceleratore per “schiacciare” il nemico. Questa offensiva, la più massiccia dalla fragile tregua entrata in vigore lo scorso 17 aprile, rischia ora di far saltare definitivamente anche il precario equilibrio raggiunto da Washington con Teheran, dal momento che l’Iran considera il Libano parte integrante di qualsiasi accordo sul cessate il fuoco.

Oltre settanta obiettivi e un bilancio di sangue che torna a salire

I raid, condotti con una cinquantina di munizioni circa, hanno preso di mira infrastrutture logistiche e postazioni militari di Hezbollah, con l’esercito israeliano che ha rivendicato di aver colpito oltre settanta siti utilizzati dal movimento sciita. L’offensiva non si è limitata ai villaggi di frontiera: a Machghara, nella Valle della Bekaa, un bombardamento aereo ha raso al suolo diversi edifici, causando la morte di almeno dodici persone, tra cui un religioso locale (il cui figlio era già stato ucciso da Israele nel 2024).

Più a sud, nei distretti di Jezzine, Nabatiyeh, Tiro e Sidone, si registrano altre vittime, portando il numero complessivo delle persone uccise nelle ultime ore a livelli che non si vedevano dall’inizio della tregua. Fonti locali parlano di un crescendo di violenze che ha visto colpire anche convogli di ambulanze e soccorritori, in una spirale di sangue che il ministero della Salute libanese ha definito “intollerabile” e che ha già superato quota tremila morti dall’inizio del conflitto.

L’incognita dei droni e lo stallo del cessate il fuoco

Se da un lato Netanyahu giustifica l’escalation con la necessità di contrastare i nuovi attacchi con droni (in particolare quelli a fibre ottiche, difficili da intercettare) sferrati da Hezbollah contro il territorio israeliano, dall’altro il gruppo armato non ha alcuna intenzione di mollare la presa. Nelle stesse ore degli attacchi, Hezbollah ha rivendicato una ventina di azioni contro le truppe israeliane schierate oltre il confine, dimostrando una capacità di reazione che nessuna dichiarazione di guerra sembra in grado di fiaccare.

La situazione è resa ancora più esplosiva dalle divergenze interpretative sulla tregua: mentre Washington e Tel Aviv sostengono che il cessate il fuoco negoziato con l’Iran non si estenda automaticamente al Libano, Teheran ha ripetutamente avvertito che qualsiasi violazione in territorio libanese equivarrà a una rottura dell’intesa, spingendo il presidente del Parlamento iraniano a dichiarare che i presupposti per i negoziati “sono ormai venuti meno”.

Beirut sotto pressione, la diplomazia arranca

L’ombra della guerra totale si allunga così sulla capitale Beirut, dove i residenti dei sobborghi meridionali – storica roccaforte di Hezbollah – sono stati visti fuggire in preda al panico dopo le minacce di Netanyahu di estendere la campagna militare anche al cuore della città.

L’esercito israeliano, che controlla già una fascia di territorio profonda una decina di chilometri all’interno del Libano, ha emesso nuovi ordini di evacuazione per una decina di villaggi, accusando Hezbollah di aver violato ripetutamente l’accordo che avrebbe dovuto garantire il ritiro dei combattenti oltre il fiume Litani.

I colloqui previsti a Washington per i prossimi giorni sembrano ormai una formalità destinata al fallimento, mentre il presidente libanese Joseph Aoun chiede invano un ritiro completo delle truppe israeliane, in un paese ormai piegato da una spirale di violenza che non accenna a fermarsi. Con oltre 1,5 milioni di sfollati e un’economia a pezzi, il Libano assiste impotente a una guerra per procura che si combatte sul suo territorio, tra le sirene dei raid e le macerie di un sogno di pace già dimenticato.

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