La flotilla per Cuba tra simbolismo e contraddizioni: i primi fermi e il lusso dei paladini dell’embargo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono scattati i primi fermi, sebbene tra le polemiche e una sostanziale spaccatura operativa che ha finito per delineare due anime opposte all’interno della stessa iniziativa. Da un lato, la componente più esposta mediaticamente – quella in cui figurano anche nomi noti del panorama politico italiano, tra cui Ilaria Salis – ha scelto la via aerea, una modalità che gli stessi organizzatori, in privato, hanno definito “signorile” e, va detto, sostanzialmente inutile rispetto alla provocazione fisica che il convoglio intendeva lanciare all’indirizzo dell’amministrazione Trump. Questi attivisti sono atterrati comodamente all’Avana, per poi ripartire con un volo di linea, consumando un viaggio che poco ha avuto a che fare con il rischio del mare e molto con la produzione di cartoline patinate per i social. Dall’altro lato, una manciata di partecipanti ha invece mantenuto fede all’impegno originale, affrontando la traversata marittima con tutto ciò che essa comporta: il rischio di intercettazioni, la possibilità di uno scontro con le autorità statunitensi e la fatica fisica di una navigazione non assistita. È solo quest’ultimo gruppo, quello delle barche, che ha tentato di dare un senso concreto all’atto di “rompere” il blocco energetico imposto da Washington, mentre i primi si sono limitati a un turismo militante in una delle strutture alberghiere più esclusive della capitale cubana.

Il paradosso, per quanto amaro, emerge con crudezza dalle immagini che arrivano dall’isola. Mentre la città fa i conti con la penuria di beni di prima necessità, una parte della delegazione internazionale ha preso alloggio al Gran Hotel Bristol Meliá, un cinque stelle lusso che poco si concilia con l’afflato “umanitaristico” predicato. La scelta, lungi dall’essere un dettaglio marginale, ha alimentato polemiche persino tra i cubani, i quali si sono trovati a osservare con distacco il comportamento di chi, venuto per portare solidarietà, sembra ignorare le contraddizioni di un’ospitalità riservata a pochi eletti in un Paese assetato di risorse. Non si tratta solo di una questione di decoro politico, ma di una frattura sostanziale tra la retorica della mobilitazione e la realtà del privilegio. Simone Valli, uno dei volontari del gruppo partito il 17 marzo, ha dichiarato che l’obiettivo è difendere “l’umanità” di un popolo aiutato durante la pandemia, riferendo il dramma di medici locali costretti a limitarsi a stringere le mani dei piccoli pazienti per mancanza di mezzi. Tuttavia, il contrasto tra queste parole e la pratica logistica dell’operazione rischia di ridurre la portata politica del gesto a una mera esercitazione di stile.

Sul fronte della mobilitazione navale, quella che avrebbe dovuto rappresentare il braccio di ferro con la potenza americana, le cose sono andate diversamente rispetto alle previsioni più roboanti. Il peschereggio Maguro, salpato dal Messico carico di circa trenta tonnellate di aiuti – tra medicine, pannelli solari e generi alimentari –, non ha incontrato la resistenza militare della Marina USA, la cui presenza nei Caraibi è stata invece martellante negli ultimi mesi. L’assenza di uno scontro navale, o anche solo di un tentativo di interdizione, ha sgonfiato la narrazione dello sbarco epico, trasformando l’arrivo in una sorta di staffetta logistica annunciata. A questa imbarcazione principale, il cui viaggio è stato rallentato dal maltempo, se ne aggiungeranno altre due nelle prossime ore, in quella che viene definita una “staffetta umanitaria” con il convoglio europeo, ripartito dall’Avana dopo una settimana di permanenza. Si è così ricomposto il quadro di un’iniziativa che, pur partita con l’obiettivo dichiarato di sfidare frontalmente l’embargo imposto da Trump – il quale, tornato alla Casa Bianca, ha riacutizzato le tensioni con L’Avana –, ha finito per assumere i contorni di una missione quasi rituale, più attenta al simbolo che all’efficacia pratica della provocazione.

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