La flotilla italiana è arrivata a L’Avana: cinque tonnellate di aiuti mentre l’isola torna a vedere la luce
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Redazione Interno
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Mentre il buio cominciava lentamente a diradarsi sui quartieri dell’Avana, e il sistema elettrico nazionale – reduce dall’ennesimo, totale collasso – mostrava timidi segni di riattivazione dopo oltre ventiquattr’ore di stop, un aereo proveniente dall’Italia toccava il suolo cubano portando con sé qualcosa di più tangibile della semplice speranza. Mercoledì mattina, infatti, alla progressiva e farraginosa ripresa della corrente si è aggiunto l’arrivo della prima delegazione dello European Convoy to Cuba, la costola europea della più ampia flotilla internazionale “Nuestra América”, caricata con oltre cinque tonnellate di medicinali e materiale sanitario. Un carico, quest’ultimo, del valore stimato di mezzo milione di euro e destinato a quattro ospedali della capitale, frutto di una raccolta fondi che ha visto la partecipazione di circa settecento donatori individuali, ai quali si sono aggiunti i contributi di collettivi solidali e organizzazioni sindacali.
Non si è trattato, va detto, soltanto di un’operazione logistica. Il volo, partito nella serata di martedì da Roma Fiumicino con uno scalo intermedio a Milano, ha portato all’Avana un centinaio e passa di attivisti, rappresentanti di una cinquantina di organizzazioni sparse in diciassette paesi e appartenenti a un arcipelago politico che va da esponenti di AVS – tra cui spiccano i nomi degli europarlamentari Mimmo Lucano e Ilaria Salis – a militanti di Potere al Popolo, dalla Fiom ai Cobas, fino a Rifondazione Comunista. Un insieme eterogeneo, composto da ragazzi e da militanti della sinistra cosiddetta “diffusa”, che ha risposto all’appello lanciato dall’Agenzia per lo Scambio Culturale ed Economico con Cuba, un’iniziativa nata per provare a forzare quel cerchio che molti, a L’Avana come tra i promotori, definiscono un vero e proprio assedio.
Il gesto, nelle intenzioni dichiarate dei partecipanti, vuole saldare un debito di riconoscenza oltre che affermare un principio di solidarietà internazionale. Lo ha ricordato Lucano stesso, parlando ai giornalisti prima di imbarcarsi: l’immagine dei medici cubani giunti in Calabria durante l’emergenza Covid, a supporto di un sistema sanitario regionale in affanno, è stata da lui citata come una delle motivazioni più profonde per aderire alla missione. E lo hanno ribadito, una volta atterrati, anche i rappresentanti politici francesi e belgi presenti nella delegazione, i quali hanno sottolineato come l’aver visto con i propri occhi la realtà dell’isola permetterà loro di farsi portavoce, nei contesti istituzionali europei, delle difficoltà imposte dall’inasprimento delle sanzioni voluto dall’amministrazione Trump. Tra gli scatoloni pieni di farmaci, del resto, non mancano pannelli fotovoltaici, un segnale chiaro di come la società civile internazionale sia consapevole che il problema energetico cubano – acuito dal blocco navale e petrolifero – richiederà soluzioni strutturali e non soltanto interventi di emergenza.
Il blackout e lo sfondo politico di una crisi energetica senza precedenti
L’arrivo della flotilla si inserisce in un quadro di tensione e paralisi che da giorni tiene in scacco l’isola. Il blackout di inizio settimana, il sesto in un anno e mezzo e il primo da quando Donald Trump ha ordinato il blocco totale delle petroliere sanzionate dirette a Cuba, ha lasciato al buio dieci milioni di persone per più di un giorno intero, con conseguenze pesantissime non solo sulla vita quotidiana ma anche sulla funzionalità di ospedali e servizi essenziali. Le autorità cubane, pur avviando le procedure per il ripristino graduale della fornitura – nella tarda mattinata di martedì l’energia era tornata a coprire circa due terzi dell’isola, seppur con forti squilibri tra le province – non hanno nascosto la gravità della situazione.
Dal gennaio scorso, quando la Casa Bianca ha intensificato la pressione interrompendo di fatto le forniture di greggio venezuelano da cui L’Avana dipende per la generazione elettrica, il governo di Miguel Díaz-Canel è stato costretto a misure draconiane: razionamento della benzina, sospensione della vendita di gasolio e riduzione delle prestazioni sanitarie non urgenti. Un inasprimento che ha riacceso le proteste popolari. Se nella capitale si sono registrati episodi di malcontento diffuso, nella cittadina di Moron, a est dell’Avana, la tensione è degenerata in scontri che hanno portato all’irruzione e al danneggiamento della sede locale del Partito Comunista e all’arresto di almeno quattordici persone. Il presidente cubano, pur riconoscendo pubblicamente il disagio della popolazione per i prolungati tagli alla corrente, ha condannato senza appello ogni forma di violenza, mentre il ministro del Commercio Estero, Oscar Perez-Oliva, tentava di gettare un ponte con l’esterno annunciando l’apertura agli investimenti da parte dei cubani residenti negli Stati Uniti e la disponibilità a relazioni commerciali con le aziende americane.
“Lasciate respirare Cuba”: lo sforzo del convoglio tra burocrazia e gesti simbolici
Di fronte a questo scenario, il viaggio del convoglio europeo assume i contorni di una sfida che è al contempo materiale e politica. Organizzare il trasporto di cinque tonnellate di aiuti in così poco tempo – la campagna “Let Cuba Breathe” ha raccolto adesioni in tutta Italia nelle ultime settimane – ha richiesto uno sforzo notevole, coordinato dall’ambasciatore cubano a Roma, Jorge Luis Cepero Aguilar, che ha salutato personalmente i volontari in partenza dal Fiumicino. L’obiettivo dichiarato, come ha spiegato l’eurodeputata Ilaria Salis, non è solo quello di portare beni di prima necessità, ma anche di accendere i riflettori internazionali su una situazione di “strangolamento” che rischia di diventare una catastrofe umanitaria, riecheggiando le modalità di mobilitazione già sperimentate con le flottiglie per Gaza.
Nei prossimi giorni, i volontari della delegazione italiana – che si definiscono, con una certa enfasi, “teste” pronte a caricare scatoloni e ad attraversare l’oceano – avranno in programma una serie di incontri con strutture sociali e sanitarie locali, nel tentativo di verificare direttamente le necessità e gettare le basi per future missioni. Già si parla, infatti, di un nuovo carico da spedire via mare entro maggio, un’iniziativa che richiederà però uno sforzo organizzativo ancora maggiore e il superamento di non pochi ostacoli burocratici e politici. La presenza di parlamentari europei, in questo senso, viene vista dagli organizzatori come una forma implicita di deterrenza, un tentativo di schermare l’operazione da possibili ripercussioni legali in un contesto, come quello dei mari intorno a Cuba, che rimane militarmente controllato e soggetto alle direttive dell’embargo voluto da Washington.




